Le parole di Claudio Descalzi alla Scuola di Formazione Politica della Lega hanno acceso un dibattito che meritava di essere aperto da tempo. Un amministratore delegato che porta le questioni energetiche fuori dai convegni di settore, nel dibattito pubblico più largo, fa certamente una cosa utile, anche quando il contesto può generare semplificazioni. E le semplificazioni, in questo caso, non si sono fatte attendere. Le sue parole sono state equiparate – erroneamente – alle posizioni di chi vorrebbe semplicemente riaprire i gasdotti russi, come se nulla fosse accaduto dal febbraio 2022.

Eppure non è andata così. Il ragionamento di Descalzi era preciso e circoscritto: con la guerra nel Golfo e la chiusura dello Stretto di Hormuz, dal mercato globale sono venuti a mancare improvvisamente il 20-25% delle forniture mondiali di gas naturale liquefatto. In questo contesto, dal gennaio 2027 scatterà il divieto europeo sull’import di GNL russo per i contratti pluriennali, quei 20 miliardi di metri cubi che ancora oggi arrivano dalla Russia – direttamente o indirettamente – in molti Paesi europei. La domanda era dunque realistica, non ideologica: chi li produrrà, quegli altri 20 miliardi? E soprattutto quale sarà l’impatto sul mercato con nuovi acquirenti? Non stava chiedendo di tornare al gas russo come prima, né di riaprire i gasdotti già chiusi. Stava sollevando un problema oggettivo che riguarda l’Europa nel suo complesso, non l’Italia, che ha invece già azzerato le proprie importazioni da Mosca, diversificando le fonti (con USA, Congo, Nigeria e Angola solo per citarne alcune) e con una rapidità che pochi avrebbero previsto. La questione allora è se abbia senso procedere – a quattro anni dall’inizio del conflitto – con la stessa velocità nell’abbandonare anche la quota di GNL russo, in un momento in cui il mercato globale dell’energia liquefatta è sotto una pressione senza precedenti recenti.

Il contesto in cui questa discussione si colloca è però più grave di quanto il dibattito immediato lasci trasparire. La crisi nel Golfo ha portato alla quasi completa chiusura del traffico petrolifero attraverso lo Stretto di Hormuz dalla metà di marzo 2026, esponendo una vulnerabilità strutturale del mercato energetico globale, e quanto certe impostazioni normative abbiano disincentivato la finanza ad investire in alcuni asset, come quello della raffinazione, che oggi sarebbero strategici. Attraverso quel collo di bottiglia transita infatti circa un quinto del petrolio commerciato nel mondo, e una quota rilevante del GNL globale, incluse le forniture dal Qatar, il cui principale impianto di liquefazione è rimasto offline dopo gli attacchi iraniani.

I mercati hanno risposto con la violenza tipica degli shock di offerta. Il Brent ha toccato picchi oltre i 103 dollari al barile, per poi scendere intorno ai 98 con le notizie di possibili negoziati, e risalire ad ogni nuova rottura diplomatica. Il TTF europeo del gas ha raggiunto quasi 70 euro/MWh nelle fasi più acute, si è quasi dimezzato durante la breve tregua ed è risalito sopra i 47 euro dopo il fallimento dei colloqui in Pakistan. Questa volatilità è la fotografia chiara di quanto il sistema energetico europeo sia esposto agli shock esterni, soprattutto per quei Paesi che hanno rinunciato al nucleare e non hanno sviluppato adeguatamente le fonti rinnovabili. Per l’Italia soprattutto, che copre oltre il 70% del fabbisogno energetico con le importazioni, la vulnerabilità è purtroppo un elemento strutturale, che non può essere risolto con soluzioni veloci e univoche. E la crisi aggiunge un fattore che rischia di essere sottovalutato: anche se lo Stretto dovesse riaprirsi, ci vorranno dai 3 ai 5 anni prima di ricostruire la capacità produttiva che è stata danneggiata dagli attacchi.

Guardare a tutto questo solo come un’emergenza da tamponare sarebbe un errore. È piuttosto l’occasione per affrontare con serietà le debolezze strutturali del sistema energetico italiano, non attraverso misure emergenziali sovrapposte, ma attraverso una visione capace di tenere insieme sicurezza, accessibilità economica e sostenibilità ambientale, con azioni a breve termine e altre a lungo raggio.