Ambiente
Sicurezza energetica, il costo della dipendenza Ue
Il dibattito sulla sicurezza energetica europea può essere orientato alla luce di un dato: nel 2024 l’Unione ha speso oltre 420 miliardi di euro per importare combustibili fossili. È la misura concreta della nostra dipendenza energetica. Ancora oggi più della metà dell’energia consumata in Europa proviene dall’estero. Questo significa che il prezzo dell’energia è determinato da variabili indipendenti: crisi geopolitiche, decisioni di Paesi terzi, tensioni lungo le rotte commerciali. Questa vulnerabilità è diventata evidente soprattutto negli ultimi anni. Secondo stime recenti, nelle prime settimane delle nuove tensioni in Medio Oriente, il costo extra per le importazioni fossili ha già superato i 6 miliardi di euro.
In Paesi come l’Italia questa esposizione è ancora più marcata. Il prezzo dell’elettricità, infatti, resta fortemente legato al gas: circa il 97% della formazione del prezzo all’ingrosso è correlato al gas e, per gran parte delle ore di utilizzo, è determinato da impianti termoelettrici. Questo tipo di struttura amplifica ogni eventuale shock esterno. Eppure la questione dell’indipendenza energetica non è nuova. Anzi, costituisce quasi il filo conduttore dell’edificazione europea: dall’integrazione di carbone e nucleare nel dopoguerra, alle politiche di diversificazione seguite alle crisi petrolifere, fino al mercato unico dell’energia e, più recentemente, al Green Deal e a REPowerEU. La direzione è chiara da decenni: ciò che è mancato finora è stata la velocità.
Oltre la diversificazione
Per lungo tempo una risposta europea è stata diversificare i fornitori. Una strategia comprensibile, certo, ma che oggi mostra tutti i suoi limiti. Diversificare non significa eliminare la dipendenza, ma piuttosto redistribuirla: se il sistema resta fondato sui combustibili fossili, la vulnerabilità resta intatta. Cambiando i fornitori non cambia l’esposizione alla volatilità dei prezzi e agli shock geopolitici. La sicurezza energetica, oggi, non può più essere definita solo come la capacità di accedere a fonti diverse, ma deve essere intesa come la capacità di ridurre strutturalmente il peso delle importazioni.
Le rinnovabili come infrastruttura strategica
È qui che il ruolo delle rinnovabili va reinterpretato secondo una nuova chiave di lettura: non solo per far fronte alla crisi climatica, ma come elemento centrale per una efficace strategia di sicurezza. Sole e vento non si importano e non sono soggetti a tensioni geopolitiche, neanche nella loro componente industriale, come spesso si sostiene. Una volta installati, producono energia per decenni e a costi prevedibili, a beneficio di imprese e famiglie. Si tratta di un’energia sicura e sostenibile, capace di dare nuovo impulso a una possibile rinascita anche industriale. Come ogni trasformazione profonda, tuttavia, anche la rivoluzione energetica richiede un tempo di assestamento per dispiegare appieno i suoi benefici. In altre parole, le rinnovabili riducono drasticamente il rischio sistemico. Ogni nuova capacità rinnovabile, soprattutto se integrata con sistemi di accumulo, riduce il numero di ore in cui il prezzo è determinato dal gas, incidendo direttamente sulla volatilità.
Il nodo politico: l’esecuzione
Se la direzione è chiara, il vero problema diventa la sua attuazione. Le rinnovabili sono oggi la forma più economica di produrre nuova energia e il capitale privato è disponibile. In Italia, negli ultimi dieci anni, il settore ha mobilitato decine di miliardi di euro di investimenti; tuttavia, una parte significativa dei progetti è rimasta in sospeso. Appare evidente come il problema non sia tecnologico né finanziario, ma istituzionale.
Energia e politica industriale
La sicurezza energetica è anche una scelta di politica industriale. Un sistema fondato su importazioni volatili espone le imprese a prezzi imprevedibili e riduce la competitività; al contrario, uno basato su rinnovabili, elettrificazione e accumulo offre maggiore stabilità e visibilità dei costi. Il mercato si sta già muovendo in questa direzione. I contratti di lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile (corporate PPA) sono in crescita e rappresentano uno strumento sempre più rilevante per le imprese energivore.
Una scelta non più rinviabile
Senza transizione, la stabilità non può essere garantita. Ridurre la dipendenza dalle importazioni fossili non è un obiettivo ideologico, ma una necessità economica e strategica. Le rinnovabili, integrate con sistemi di accumulo e strumenti contrattuali di lungo periodo, rappresentano oggi la via più efficace per raggiungere questo risultato. Il vero fattore critico non è il ventaglio di soluzioni disponibili, ma il tempo: accelerare non è più una questione di ambizione, ma di responsabilità.
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