Ogni Primo Maggio, in un centinaio di Paesi del mondo, si commemorano le battaglie sindacali che sono servite per ottenere il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. In Italia, il primo sciopero generale viene considerato quello del 1904, indetto dalla Camera del Lavoro di Milano e promosso da Arturo Labriola e Filippo Turati al fine di protestare contro l’uccisione, da parte dell’esercito, di alcuni minatori sardi colpevoli di aver manifestato chiedendo la diminuzione dell’orario di lavoro, ma importanti scioperi di categoria ce ne erano già stati. A Genova e Ferrara portuali e agricoltori avevano spianato la strada alle future lotte, Biella, fin dalla metà dell’800, fu teatro di agitazioni sindacali che sfociarono poi nello sciopero del 1877, quando si sollevò un intero settore, quello tessile, rappresentato in quell’occasione dai lanieri, che si ribellarono contro i nuovi regolamenti studiati per limitare le loro libertà.

Dopo quello sciopero, tipografi, muratori, braccianti, ferrovieri, agricoltori, metalmeccanici, i lavoratori tutti, dovettero continuare a battersi per quasi un secolo promuovendo una serie pressoché infinita di lotte, serrate e battaglie sindacali, su tutto il territorio italiano, per rivendicare i propri diritti, che alla fine vennero riconosciuti ufficialmente con la Legge n.300 del 20 maggio 1970, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori. È con questo corpo normativo che i lavoratori passarono dallo status di carne da macello, venuta al mondo al solo scopo di arricchire il potente di turno, a quello di massa lavoratrice dotata sì di doveri ma, da quel momento in poi, anche diritti e, soprattutto, di una dignità che, almeno sulla carta, non sarebbe più stata calpestata. Dopo il 1970, per almeno altri due decenni, le condizioni dei lavoratori continuarono a essere più o meno dignitose in quasi tutti i settori.

Con l’inizio del nuovo Millennio, però, il meccanismo di giustizia sociale che era stato creato è andato inceppandosi davanti all’avanzata delle multinazionali. Crisi economiche e politiche, scenari bellici sempre più diffusi, cambiamento climatico, sono tutti fenomeni che hanno favorito l’immigrazione di massa, che per molti non rappresenta altro che un insieme di disperati da sfruttare a basso costo. Questa nuova forza lavoro, infatti, spesso giunge da paesi dove il termine diritto non è ancora stato scritto sul vocabolario e la vita degli esseri umani conta niente; presupposti questi utili per spremere fino all’osso gente indifesa e pronta a tutto pur di sopravvivere. Organizzazioni criminali hanno visto in questi disperati lo strumento perfetto per fare soldi. È di pochi giorni fa la notizia della morte di Paul Neeraj, bracciante indiano morto dopo che entrambe le gambe gli erano andate in cancrena a causa della prolungata esposizione a pesticidi e altre sostanze tossiche. A qualche anno fa risale invece la drammatica vicenda di Satnam Singh, altro bracciante indiano “scaricato” come un sacco di rifiuti davanti a un pronto soccorso della città di Latina, dopo che un macchinario gli aveva tranciato un braccio.

Ma la scia delle morti sul lavoro, degli abusi, delle vessazioni, del mobbing, è infinita. Il fenomeno dei “rider”, che lavorano per portare cibo a domicilio a ogni ora del giorno e della notte, pagati pochi spicci a consegna, è solo uno dei tanti nuovi lavori sottopagati. E, tra tutte, quella dei rider è anche una professione che, grazie a varie associazioni di categoria, è riuscita a ottenere alcune forme di tutela.Oltre agli stranieri troviamo molti nostri connazionali in condizioni di grave disagio. Alcuni di loro, già pensionati, a causa dell’aumento del costo della vita sono stati costretti a rimboccarsi le maniche e a continuare un percorso lavorativo che sembra non avere fine. A queste situazioni limite vanno ad aggiungersi quei lavoratori che, pur godendo di regolare contratto e dei vecchi diritti acquisiti, vengono continuamente vessati da capi arrivisti e senza scrupoli che, facendo leva sulle oggettive difficoltà di trovare posti di lavoro migliori, provano piacere nel rendere ai loro sottoposti la vita impossibile.

La lista dei soprusi è lunga e i luoghi in cui vengono commessi si allarga a macchia d’olio, il profitto è diventato l’unico obiettivo, sembra quasi che qualcuno abbia voluto riavvolgere il nastro della storia. Ma per tornare al punto di partenza, stando così le cose, ci vorrà molto meno tempo di quello che era stato necessario per uscire fuori da questo incubo chiamato sfruttamento. Complice di tutto ciò sono stati il lento ma inesorabile declino dei partiti di sinistra e la perdita di potere contrattuale dei sindacati. Il mondo sta cambiando a ritmi sempre più veloci, sta a noi educare e istruire i giovani italiani e gli stranieri arrivati in Italia per trovare lavoro, affinché non vada perso ogni aspetto delle conquiste del passato, ed è nostro compito cercare di far capire loro che una società più equa e più giusta è possibile e non solo auspicabile. Vengono in mente le parole centrali del film capolavoro di Fritz Lang, Metropolis, del 1927: “Il mediatore tra il cervello e le mani dev’essere il cuore”.

Viva il Primo Maggio, viva le imprese, viva i diritti, viva i lavoratori!

Mirko Bettozzi

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