Il conflitto
Guerra Russia-Ucraina, tregua sterile con Kiev. Putin guarda solo alle sanzioni
Volendo essere ottimisti, se gli accordi saranno rispettati, questa è la prima tregua umanitaria che ucraini e russi effettivamente raggiungono dall’inizio della guerra. Alle quattro di oggi pomeriggio, ora di Mosca, fino al termine delle celebrazioni della Pasqua ortodossa, domani, le ostilità dovrebbero essere sospese.
Già nel gennaio 2023, la Russia aveva proposto, in via unilaterale, un cessate il fuoco di 36 ore. L’Ucraina non aveva però accettato un’offerta che aveva tutto il sapore della propaganda. Anche in questo caso, Kyiv ha accolto con riserva il gesto di apertura. Pesa il ricordo dei corridoi umanitari di Mariupol, nel 2022, promessi a tavolino dal nemico e poi interrotti con bombardamenti a sorpresa. Oggi la situazione è diversa, però. Gli eserciti di entrambe le parti sono ridotti a marcire nelle trincee da oltre quattro anni.
A tutti conviene un attimo di pace. Che poi si tratta di 36 ore, un tempo non sufficiente per cambiare le sorti del conflitto, ma soltanto per riorganizzare i sistemi di rifornimento e rafforzare le prime linee. Di più, se Zelensky si dimostrasse ancora una volta intransigente alle proposte di Mosca, molti della comunità internazionale avrebbero la conferma che sia lui a non volere la pace. Tra questi molti, c’è soprattutto Washington. Il vice presidente Usa, JD Vance, nella sua missione elettorale pro Orbán a Budapest, non ha risparmiato altre frecciate al leader ucraino. Trump, a sua volta, non si sta occupando del dossier da tempo. Se l’Ucraina non può godere delle prime pagine dei giornali in questi giorni, e ancora meno di quella superpotenza che dovrebbe essere sua alleata, deve accontentarsi – sembra assurdo, è vero – di quello che le passa il nemico.
Putin a sua volta emula Trump. È convinto che gli convenga. Agita lo strumento della tregua perché, in questo momento, i leader “machi” sono i soli in grado di imporre la pace. È un ruolo che non è nelle sue corde. Lo zar non passerà alla storia per aver chiuso i conflitti. Anzi, li ha aperti e, almeno quello in Ucraina, sembra non saperlo chiudere. Il suo stesso portavoce, Dimitri Peskov, ha sottolineato che la tregua «ha una natura esclusivamente umanitaria». Mette le mani avanti il Cremlino. Onde evitare che qualcuno si illuda che questa tregua sia un preambolo di negoziati di pace. Consapevole o meno, Peskov smonta l’intenzione di Putin stesso di passare come colui che ha zittito i cannoni. Mosca non ha un piano per farlo e non le conviene nemmeno.
È così che si spiega la missione negli Usa di Kirill Dmitriev, inviato speciale russo per gli investimenti. Il Cremlino non può arrivare a un accordo di pace perché in gioco sarebbe la tenuta del regime. Chiuso il fronte con l’Ucraina, vuoi anche facendola passare come una vittoria, si aprirebbe il discorso della ricostruzione economica e della tenuta sociale. L’industria bellica dovrebbe essere convertita di nuovo. Con quali capitali? Vedove, orfani e veterani andrebbero a prosciugare le casse di uno Stato finora ha speso tutto in armamenti. Al contrario, la missione in Usa è stata studiata apposta per allentare le sanzioni di Washington sull’export di petrolio russo. Misura volta appunto al proseguimento del conflitto.
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