“L’Album dei bambini: l’Ucraina che resiste”. Nell’aprile del 2022, due mesi dopo l’invasione russa in Ucraina, io c’ero all’inaugurazione della Biennale di Venezia. All’ingresso dei Giardini, la prima cosa che i visitatori potevano ammirare era un enorme pannello di legno con una serie di disegni, molti fatti da bambini. Carri armati russi bloccati da altri bambini, come a Piazza Tienanmen nel 1989. Altri carri armati con le lavatrici sopra, che i soldati della gloriosa armata russa rubavano per estrarre microchip.

Era a poche settimane da quando furono scoperti agli occhi del mondo i massacri di Bucha. Da quando Draghi ci aveva perentoriamente chiesto: “Cosa preferiamo, la pace o stare con il termosifone acceso o l’aria condizionata tutta l’estate?”. Solo dopo avremmo scoperto uno dei crimini più atroci, che riguardava e riguarda tuttora proprio i bambini ucraini: il loro sistematico rapimento e la loro russificazione forzata. Crimine per il quale Putin è indagato presso la Corte di giustizia internazionale. Nel 2022, senza ancora sapere tutti questi dettagli, i curatori della Biennale avevano centrato il punto. Avevano capito che gli innocenti avrebbero pagato il prezzo più alto. È quanto succede quando l’arte fa quello che deve: elevare lo spirito umano. Nella Biennale in programma per il maggio di quest’anno, si è preferito imbastire una polemica tutta italiana sulle modalità della riapertura del Padiglione russo. Edificio di proprietà della Federazione russa, a sua volta responsabile della curatela.

Dopo la querelle surreale della scorsa estate sul direttore d’orchestra, invitato alla Reggia di Caserta; dopo il film il Mago del Cremlino, presentato in autunno sempre a Venezia, dopo il successo planetario del romanzo di Giuliano da Empoli; si susseguono e intensificano gli episodi dove la nostra intellighenzia strizza l’occhio alla provocazione spicciola, alla meschinità furbesca. Segno che la guerra si è normalizzata, che l’attenzione è altrove. Ma segno anche di un establishment culturale che si immola su princìpi ipocriti e si prostra a quello che è in effetti il regime più sanguinario dell’Europa contemporanea. “Mi trovavo nei paraggi di San Pietroburgo – cantava Mick Jagger in Sympathy for the Devil – quando ho visto che era il momento di cambiare”. Ecco: è il momento di cambiare.