C’è un tratto comune che attraversa molti regimi autoritari: il desiderio di piegare la storia alle esigenze del presente. Non si tratta solo di propaganda, ma di un processo di riscrittura del passato, funzionale a legittimare il potere, consolidare il consenso interno e ridefinire i rapporti di forza sul piano internazionale.

Mosca prova a riscrivere la storia sulla Seconda guerra mondiale

L’ultima polemica che si inserisce in questo solco arriva da Mosca: l’accusa alla Polonia di essere stata la causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Una tesi che ribalta la realtà storica, secondo cui il conflitto ebbe inizio il 1° settembre 1939 con l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista, seguita il 17 settembre dall’ingresso dell’Armata Rossa in base al protocollo segreto del Patto Molotov-Ribbentrop.

La responsabilità per la strage di Katyn

Nel corso dei decenni, il Cremlino ha più volte coperto le pagine più oscure della storia sovietica. Emblematico è il caso della strage di Katyn. Nel 1940, circa 22mila ufficiali polacchi, membri dell’élite militare e civile del Paese, furono uccisi dall’NKVD su ordine di Joseph Stalin e sepolti in fosse comuni nella foresta di Katyn e in altri luoghi. Per decenni, l’Unione Sovietica attribuì il massacro ai nazisti. Solo nel 2010 la Duma riconobbe ufficialmente la responsabilità del regime staliniano, definendo il crimine come opera diretta di Stalin e dei suoi collaboratori. Quel riconoscimento sembrava aver chiuso una ferita storica, pur senza sanarla del tutto.

La storia riscritta da Putin

Tuttavia, dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, Putin ha promosso una nuova lettura della storia sovietica, in cui il ruolo dell’Urss viene progressivamente riabilitato e presentato come Paese liberatore, tacendo sulle responsabilità per le repressioni e i crimini. Qui si inseriscono le dichiarazioni del 2023 dell’allora presidente della Duma, Vjačeslav Volodin, secondo cui Varsavia dovrebbe pagare a Mosca 750 miliardi di dollari per essere stata “liberata” nel 1945 dall’Armata Rossa. Un’affermazione che ha suscitato dure reazioni in Polonia e in Europa, non solo per l’entità della richiesta, ma per l’impianto narrativo che la sostiene: l’idea che l’intervento sovietico sia stato un atto unilaterale di generosità, privo di implicazioni geopolitiche e di conseguenze sulla sovranità polacca nel dopoguerra. La memoria storica della Polonia, al contrario, è segnata da una doppia occupazione – nazista e sovietica – e da decenni di regime comunista imposto nell’orbita di Mosca. Ridurre quell’esperienza alla sola “liberazione” significa ignorare la complessità di una storia fatta di resistenza, repressione e perdita di autonomia.

La riscrittura del passato non è mai neutra. Serve a costruire un’identità collettiva coerente con le esigenze del potere. In Russia, la Grande Guerra Patriottica rappresenta il pilastro simbolico dell’orgoglio nazionale. Mettere in discussione il ruolo dell’Urss nella sconfitta del nazismo viene spesso equiparato a un attacco alla dignità del Paese. Ogni voce critica rischia di essere etichettata come revisionismo ostile. Ma il confine tra legittima interpretazione storica e manipolazione politica è sottile. Quando le responsabilità documentate vengono negate o capovolte; quando si attribuisce ad altri la colpa di eventi la cui dinamica è ampiamente attestata dagli archivi; quando si trasformano le vittime in debitori morali o finanziari, allora non siamo più nel campo del dibattito accademico, bensì in quello della propaganda. La storia, per sua natura, è oggetto di studio, confronto e talvolta revisione alla luce di nuove fonti. Tuttavia, la revisione storiografica è cosa diversa dalla riscrittura ideologica. La prima si fonda su documenti e metodo; la seconda su esigenze politiche contingenti.

Il tema non riguarda solo la Russia o la Polonia

In un’epoca in cui l’informazione viaggia veloce e le narrazioni competono a livello globale, il controllo del passato diventa uno strumento di potere. Per questo il tema non riguarda solo la Russia o la Polonia, ma interroga l’Europa e la comunità internazionale sul valore della memoria condivisa. Difendere la verità storica non significa negare la complessità, bensì riconoscere che il passato, pur interpretabile, non è arbitrariamente plasmabile. Quando i dittatori provano a riscrivere la storia, non stanno soltanto parlando del passato, stanno cercando di ridefinire il presente e orientare il futuro.