TEL AVIV – Imad Akel è rimasto l’ultimo comandante di Hamas ancora in vita tra quelli coinvolti nello scempio del 7 ottobre. Vedremo quanto riuscirà ancora a sopravvivere, dopo che l’altro ieri Mohamed Odeh, figura militare particolarmente cinica, è stato ucciso con un blitz dell’Idf a Gaza. Odeh aveva appena sostituito Izz al-Din da meno di due settimane, anch’egli eliminato dall’esercito israeliano. Questa eliminazione mirata, oltre a rappresentare un elemento di continuità nella strategia dello Stato ebraico di colpire i terroristi anche a distanza di tempo (valga come esempio la graduale ma inesorabile eliminazione dei responsabili dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco del 1972), potrebbe voler essere anche un segnale chiaro e inequivocabile ad Hamas: Israele non permetterà che la guerra possa estendersi dal Libano anche a Gaza.

Hamas, per ora, viene tenuta sotto controllo. Tuttavia, poiché il piano di pace di Trump stenta a decollare e il movimento islamista non ha alcuna intenzione di disarmarsi, anzi sta riprendendo progressivamente il controllo delle aree di Gaza dove l’Idf non è presente, cresce il timore che, parallelamente all’escalation in Libano, possano tornare a partire razzi verso il territorio israeliano anche dalla Striscia. Da qui le azioni preventive israeliane, che non sono soltanto simboliche, ma anche strategiche e che puntano a evitare un nuovo deterioramento della situazione nel sud di Israele. Il grande pericolo che Israele si ritrovi nuovamente a dover affrontare da solo Iran, Hezbollah, Houthi e Hamas appare sempre più concreto, soprattutto alla luce del comportamento ondivago dell’Amministrazione americana nelle ultime settimane. Israele, per quanto possibile e senza creare pericolosi attriti con l’amico inaffidabile Trump, tira dritto e da un paio di giorni ha ripreso con forza anche le operazioni in Libano, dopo settimane di esitazione risultate fatali per undici soldati di Tsahal.

Israele sta colpendo il Libano meridionale con decine di attacchi e avanza in profondità con truppe di terra a nord del fiume Litani, attraverso una manovra a tenaglia finalizzata a raggiungere i siti di lancio dei droni di Hezbollah e a costringere la milizia sciita ad arretrare. Beirut, dove il quartiere sciita controllato da Hezbollah continua a rappresentare un enorme deposito di armi, resta per ora immune dagli attacchi israeliani. Anche questo avverrebbe su pressione di Trump, poiché l’Amministrazione americana, sempre più difficile da decifrare, non vuole compromettere le trattative ormai interminabili con il regime iraniano.

Lo Stato ebraico si trova dunque in una situazione che rischia di riportarlo allo scenario precedente alla guerra con l’Iran, nonostante le dichiarazioni rassicuranti del capo di Stato maggiore israeliano Eyal Zamir, il quale ha sostenuto che Teheran, al di là della propaganda ufficiale, sarebbe ormai alle corde: la sua capacità militare ed economica sarebbe stata gravemente compromessa e il programma nucleare riportato indietro di anni. Una rappresentazione che sembra fare a pugni con le immagini diffuse dai principali network israeliani, che continuano a mostrare le spiagge affollate di Tel Aviv e interviste ai bagnanti sulla situazione corrente, volendo mettere in risalto il senso di resilienza in un contesto regionale sempre più instabile e imprevedibile.