La battaglia
La storica battaglia sulla responsabilità civile dei magistrati: dal caso Tortora al potere (dei pm) senza reali responsabilità dopo 40 anni
Il referendum fu approvato dall’80% degli italiani. Ora Forza Italia torna alla carica per quella volontà popolare
La giustizia torna al centro del dibattito politico e uno dei temi più “divisivi” è ancora una volta quello della responsabilità civile dei magistrati. A rilanciarlo è stato Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera, che ha annunciato nuove iniziative parlamentari dopo il flop del referendum sulla giustizia. Una battaglia storica degli azzurri che torna attuale anche come segnale del nuovo corso voluto da Marina Berlusconi.
Il tema affonda le radici negli anni Ottanta e nel caso di Enzo Tortora, diventato simbolo della malagiustizia italiana. L’arresto del popolare presentatore, accusato ingiustamente di legami con la Camorra e poi assolto, scosse profondamente l’opinione pubblica e aprì una discussione nazionale sugli errori giudiziari e sull’assenza di responsabilità concrete per chi li commetteva. Fu in quel clima incandescente che nel 1987 il Partito Radicale di Marco Pannella promosse il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. La proposta era chiara: consentire ai cittadini danneggiati da provvedimenti emessi con dolo o colpa grave di ottenere un risarcimento. Il risultato fu netto: oltre l’80% degli italiani votò Sì.
La volontà popolare, alla prova dei fatti, venne però svuotata dal Parlamento con l’approvazione della legge Vassalli. La normativa introdusse infatti il principio della responsabilità indiretta: il cittadino non può fare causa direttamente al magistrato, ma solo allo Stato, che eventualmente può rivalersi sul giudice in casi eccezionali. Nel 2015 arrivò una riforma che eliminò alcuni filtri, ma lasciò invariato l’impianto generale.
Ed è proprio contro quel sistema che oggi punta il dito Enrico Costa. Il deputato forzista cita numeri che lasciano poco spazio all’interpretazione: dal 2010 a oggi sono state avviate 815 cause di responsabilità civile contro lo Stato, ma le condanne definitive sono state appena 12. Per Costa, questi dati dimostrano che la legge “fa acqua da tutte le parti”. Nel mirino c’è soprattutto la clausola che esclude la responsabilità per l’attività di interpretazione delle norme e per la valutazione del fatto e delle prove. Il ragionamento politico del centrodestra è semplice: se un medico risponde di una diagnosi sbagliata o un ingegnere di un errore progettuale, perché un magistrato dovrebbe restare sostanzialmente immune?
Dall’altra parte, la magistratura continua a difendere l’attuale sistema sostenendo che una responsabilità diretta troppo ampia rischierebbe di compromettere l’autonomia e l’indipendenza dei giudici. Il timore è quello di una “giustizia difensiva”, con magistrati condizionati dalla paura di azioni risarcitorie. È uno scontro storico tra politica e toghe che torna ora in una fase delicata. Dopo la sconfitta referendaria, molti pensavano che il tema della giustizia fosse destinato a uscire dall’agenda politica.
Invece Forza Italia sembra intenzionata a rilanciare proprio sulle storiche battaglie garantiste: responsabilità civile, abuso della custodia cautelare, degenerazioni correntizie al Consiglio superiore della magistratura. Resta da capire fin dove la maggioranza sarà disposta a spingersi. Perché ogni volta che il Parlamento prova a mettere mano alla responsabilità delle toghe, il conflitto istituzionale diventa inevitabile. La Lega ha già manifestato apprezzamento per l’iniziativa di Costa, non invece FdI. Ma a quasi quarant’anni dal referendum del 1987, la domanda da porsi è sempre la stessa: in uno Stato di diritto, può esistere un potere senza reali responsabilità?
© Riproduzione riservata







