E sulle carceri il quadro è drammatico
La responsabilità civile dei magistrati spacca il governo Meloni: Nordio frena, ma Costa rilancia
Il ministro della Giustizia: “Il tema non è all’ordine del giorno”. Gli azzurri, però, non fanno passi indietro. Zanettin al lavoro per regole certe e stabili sui tempi della prescrizione dei reati, ma bisogna accelerare
La giustizia “spacca” la maggioranza. E questa volta il terreno dello scontro è uno dei temi più delicati e simbolici del rapporto tra politica e magistratura: la responsabilità civile dei magistrati. Da una parte c’è Forza Italia, che ha deciso di non arretrare e rilanciare con forza il tema delle riforme garantiste. Dall’altra il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che frena e prova a spegnere il dibattito: “La responsabilità civile dei magistrati non è all’ordine del giorno”. Parole arrivate proprio all’indomani dell’intervista di Enrico Costa, da sempre in prima linea sulle battaglie garantiste e sul riequilibrio del rapporto tra magistratura e politica. Una presa di posizione che ha riacceso le tensioni nella coalizione e che conferma come il dossier giustizia resti uno dei più divisivi per il governo.
Forza Italia, però, non sembra intenzionata a fare passi indietro. “Noi siamo liberali e rispettiamo le opinioni di tutti, soprattutto quelle di 13 milioni di italiani che chiedono coerenza sulla riforma della giustizia”, ha fatto sapere Costa, neo capogruppo azzurro alla Camera dopo la decisione di Marina Berlusconi di imporre un cambio di passo al partito. Il messaggio è chiaro: gli azzurri vogliono continuare a intestarsi la bandiera delle riforme garantiste, puntando a diventare il vero punto di riferimento della maggioranza sui temi della giustizia, dando anche la linea a via Arenula, dove la sconfitta referendaria pare non essere stata ancora metabolizzata.
Il tempo, però, comincia a stringere. A poco più di un anno dalla fine della legislatura, è inevitabile tracciare un primo bilancio. E quello della giustizia, nonostante annunci e promesse, difficilmente può essere definito “entusiasmante”. Anzi. Al netto della separazione delle carriere fra Pm e giudici, dopo l’infausto risultato del referendum destinato a rimanere per i prossimi decenni nel libro dei sogni, le riforme concretamente portate a casa dalla maggioranza di centrodestra si contano sulle dita di una mano. L’unico intervento di un certo rilievo è l’abolizione dell’abuso d’ufficio, il reato che non si negava a nessuno. Per il resto, molti provvedimenti sono fermi o procedono a rilento. Il gip collegiale competente per la custodia cautelare, che avrebbe dovuto entrare in vigore già quest’estate, è stato rinviato. Le norme sulle intercettazioni e sul sequestro degli smartphone restano impantanate in Parlamento. Stesso destino per la riforma del trojan, il captatore informatico nato per contrastare mafia e terrorismo ma ormai utilizzato sempre più spesso per i reati contro la Pubblica amministrazione.
C’è poi il capitolo prescrizione. Il senatore Pierantonio Zanettin ha rilanciato la ripresa dell’iter legislativo del testo a prima firma Pietro Pittalis in Commissione Giustizia al Senato. L’obiettivo è sbloccare una riforma già approvata dalla Camera e arrivare finalmente a regole certe e stabili sui tempi della prescrizione dei reati. Ma anche qui il percorso resta accidentato. Se il settore penale arranca, il civile non sta meglio. Basti ricordare il tribunale della famiglia previsto dalla riforma Cartabia e poi finito in soffitta. Nordio, dal canto suo, rivendica sempre l’assunzione di duemila magistrati. Ma il vero nodo continua a essere il personale amministrativo. Nei tribunali mancano cancellieri, funzionari e tecnici, mentre il Ministero della Giustizia fatica ad attrarre nuove risorse: stipendi e prospettive di carriera risultano meno competitivi rispetto ad altri comparti della Pubblica amministrazione. Così il sistema continua a soffrire di carenze strutturali che nessuna riforma parziale sembra riuscire a risolvere.
Sul fronte carceri, infine, il quadro è semplicemente drammatico. I lavori avviati sono meno di un terzo di quelli annunciati e, nel frattempo, i posti disponibili sono addirittura diminuiti. Una vera beffa. L’ultimo rapporto di Antigone fotografa infatti una situazione allarmante. Il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, Marco Doglio, aveva annunciato un anno e mezzo fa oltre 10.900 nuovi posti detentivi entro il 2027, con una spesa prevista di 1,3 miliardi di euro. Ma durante l’audizione del 6 maggio scorso alla Camera è emerso che i posti per cui i lavori sono concretamente partiti sono appena 2.823, ai quali se ne aggiungono 1.516 di competenza originaria del Ministero dei Trasporti. Nel frattempo, però, il saldo reale è andato nella direzione opposta: dall’avvio del piano carceri, i posti effettivamente disponibili negli istituti italiani sono diminuiti di 537 unità. Al 30 aprile 2026 i detenuti erano 64.436, a fronte di 46.318 posti realmente fruibili. Il tasso di sovraffollamento reale ha così raggiunto il record del 139,1%.
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