TEL AVIV

Alle 23, ora italiana, di giovedì è scattato il cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah in Libano. Poco prima dell’entrata in vigore, tre persone nel nord di Israele sono rimaste gravemente ferite dai razzi della milizia sciita, tra cui una ragazza di 17 anni e un giovane di 25. La giornata era stata concitata, fatta di passi avanti e improvvisi dietrofront, tra annunci e smentite su una possibile trattativa di pace tra Libano e Israele.

Dopo l’incontro a Washington tra l’ambasciatore israeliano e la rappresentanza diplomatica libanese negli Stati Uniti, alla presenza del segretario di Stato Marco Rubio, Donald Trump aveva annunciato una telefonata tra Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Michel Aoun, come preludio a un possibile incontro. Poco dopo, però, è arrivata la smentita di Aoun. Una marcia indietro che in realtà chiarisce bene la dinamica: prima di esporsi in un contatto diretto con Israele, il presidente libanese aveva bisogno di portare a casa qualcosa, cioè una tregua. Anche perché Hezbollah aveva già bollato l’incontro di Washington come “tradimento” e “resa”, alzando immediatamente il costo politico interno.

La chiamata di Trump a Netanyahu

A quel punto Trump ha chiamato Netanyahu, spingendolo ad accettare il cessate il fuoco e spiegandone la doppia utilità: rafforzare Aoun davanti a una parte della popolazione libanese che vorrebbe normalità e stabilità, e allo stesso tempo rendere più malleabile l’Iran in vista del secondo round negoziale con gli Stati Uniti, previsto in Pakistan.

Trump vieta all’IDF di bombardare il Libano

Trump ha rivendicato apertamente di aver proibito a Israele di bombardare il Libano, sottolineando un intervento diretto e senza ambiguità nella gestione dell’escalation. Ha inoltre precisato che il dossier libanese verrà gestito su un binario separato rispetto alle trattative strategiche più ampie. Secondo indiscrezioni, Teheran potrebbe essere disposta a compromessi più ampi, inclusa una limitazione del proprio programma nucleare e la consegna a un garante internazionale di oltre 400 chili di uranio arricchito. In questo quadro, la tregua in Libano è perfetta per essere venduta internamente come una vittoria diplomatica degli ayatollah.

Il punto, però, non è se la tregua terrà, ma quando salterà. Anche in presenza di un accordo sul dossier iraniano, è difficile immaginare che Teheran accetti una stabilizzazione del Libano che passi dal disarmo di Hezbollah. Le forze regolari libanesi e il contingente Unifil non hanno la capacità di disarmare la milizia né di spingerla a nord del Litani, come previsto dalla risoluzione 1701. L’unico attore in grado di farlo resta l’esercito israeliano, mentre Aoun continua a ribadire che il Libano non può restare ostaggio di Hezbollah.

E Hezbollah si riarma contro Israele

Il rischio è che il cessate il fuoco diventi l’ennesimo stop tattico per la milizia sciita, utile a riorganizzarsi. È già successo dopo la tregua del novembre 2024. Ed è esattamente lo schema visto a Gaza, dove Hamas ha sfruttato le pause per riarmarsi, reclutare e rafforzare il proprio controllo, dichiarando ufficialmente di non volersi disarmare. Lo stesso approccio si intravede anche nell’Iran, che sta usando la pausa negoziale iniziata l’8 aprile — con scadenza il 22 — per guadagnare tempo. I sei punti del cessate il fuoco sono, sulla carta, una base credibile: rispetto delle risoluzioni Onu e dieci giorni per avviare un processo politico rapido. L’obiettivo resta sempre lo stesso: il disarmo di Hezbollah, possibilmente per via diplomatica, altrimenti con la forza. Esiste una convergenza formale tra Beirut e Gerusalemme nel considerare Hezbollah il problema. Ma è difficile credere che il Libano abbia davvero la capacità di agire. Si può anche immaginare un confine tra Israele e Libano stabile e pacifico, ma creare illusioni è pericoloso. Il nord di Israele ha bisogno di sicurezza reale, non di tregue temporanee. Se il governo libanese non è stato in grado nemmeno di far rispettare l’espulsione dell’ambasciatore iraniano Reza Sheibani, è lecito chiedersi come possa pensare di disarmare Hezbollah. La milizia sciita resta un attore esterno, non negoziale, interessato solo a sabotare qualsiasi processo. Ed è su questo punto che, almeno per ora, Israele e Libano sembrano davvero d’accordo.