Tra pacifismo costituzionale e ambiguità Onu
I militari italiani in Libano non possono fare da scudo a Hezbollah: la missione Unifil finzione pericolosa
C’è un’ipocrisia tutta italiana, figlia del mito consolatorio degli “italiani brava gente” che, se in origine servì a mondarci dai crimini di guerra del periodo fascista, nel tempo è diventata il complemento perfetto dell’articolo 11 della Costituzione, quello per cui l’Italia “ripudia la guerra”. Il problema è che, nel frattempo, continuiamo ad avere Forze armate. E il loro compito, essendo armate, non può che essere militare. Questo cortocircuito emerge con chiarezza plastica in Libano, dove opera la missione Onu Unifil, oggi a guida italiana, con un contingente composto anche da nostri reparti d’élite. Formalmente è una missione di peacekeeping, rafforzata dopo il 2006 dalla Risoluzione 1701: dovrebbe monitorare la cessazione delle ostilità, affiancare l’esercito libanese e garantire che il sud del Paese sia libero da milizie armate. Nella realtà, però, il meccanismo si è inceppato da tempo.
Unifil è una missione armata che non può esercitare davvero la forza. Una presenza militare che non può incidere sugli equilibri militari. A questo si è aggiunto un dato decisivo: il progressivo disimpegno dell’esercito libanese, che avrebbe dovuto essere il partner operativo della missione. Senza le Lebanese Armed Forces, l’Unifil non ha più il “partner” legale con cui operare ed è rimasta sola a presidiare un territorio in cui Hezbollah opera indisturbato tra i civili e Israele interviene per neutralizzarlo. Il risultato è un paradosso che dovrebbe indignare più di qualsiasi polemica di giornata: soldati occidentali schierati in un teatro ad alta intensità, esposti al rischio massimo e dotati del potere minimo. Continuare a mantenere soldati in quelle condizioni significa usarli come presenza simbolica in un contesto che simbolico non è affatto.
Ed è qui che emerge la seconda, più ampia ipocrisia: quella occidentale. Il copione è noto. Se Israele sfiora una postazione Onu, scatta l’indignazione globale. Se a colpire sono i miliziani di Hezbollah, il linguaggio si fa prudente, notarile. Eppure, la realtà è di una semplicità disarmante: Hezbollah non è un attore ambiguo da analizzare con finezze sociologiche: è una milizia fondamentalista sciita, armata, organizzata e sostenuta dall’Iran, che da anni tiene in ostaggio il Libano, ne svuota la sovranità, ne piega le istituzioni e utilizza il Sud del Paese come piattaforma avanzata di minaccia contro Israele. Per anni, sotto gli occhi della comunità internazionale, ha scavato tunnel, accumulato armi, militarizzato villaggi. E lo ha fatto anche grazie a una presenza internazionale incapace di intervenire.
Una presenza internazionale ha senso solo se è coerente con la realtà del terreno. Se il problema è Hezbollah, bisogna dirlo. Se Hezbollah ha svuotato la sovranità libanese, bisogna agire di conseguenza. Se i nostri soldati vengono schierati in un’area dove operano milizie che usano il territorio civile come scudo e la violenza come linguaggio ordinario, allora o si cambia radicalmente mandato o si ammette che li si sta esponendo a un rischio insensato in nome di una finzione diplomatica.
Non si tratta di ritirarsi per lavarsene le mani. Si tratta di smetterla con la viltà lessicale e politica. Il Libano non avrà mai una prospettiva di normalità, di prosperità e di rapporto non patologico con Israele finché resterà sequestrato da una milizia confessionale al servizio di Teheran. E l’Onu continuerà a essere parte del problema, più che della soluzione, finché insisterà nel recitare il ruolo dell’osservatore neutrale in un teatro in cui la neutralità è già stata divorata dai fatti. Onore ai soldati caduti nelle missioni internazionali. Ma proprio per rispetto verso di loro sarebbe ora di smetterla con le bugie consolatorie. Non si mandano militari in una zona di guerra per trasformarli in comparse della nostra ipocrisia. Se sono soldati, li si lasci fare i soldati. E se il problema è Hezbollah, si abbia almeno il coraggio di dirlo senza balbettare.
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