TEL AVIV – Mentre il cessate il fuoco in Libano è sempre più in bilico, è iniziato ieri a Washington il secondo round di colloqui tra rappresentanti israeliani e libanesi per cercare di arrivare, in un prossimo futuro, a uno storico accordo di pace tra i due Stati, con la mediazione del segretario di Stato americano Marco Rubio. Non siamo ancora a un livello politico diretto, ma i dossier sul tavolo sono chiari: il cessate il fuoco e la sicurezza lungo il confine, la presenza di Hezbollah nel sud del Libano, considerata inaccettabile da Israele, e i confini terrestri tra i due Paesi, in particolare la cosiddetta Linea Blu, verso la quale Israele si è già dichiarato disponibile a un accordo. Il presidente libanese Michel Aoun è tra i più convinti sostenitori di un’intesa con Israele, e ha dichiarato che i prossimi colloqui dovranno essere esclusivamente sotto il controllo del Libano, senza intromissioni da parte dell’Iran o del suo proxy Hezbollah.

Proprio Hezbollah appare oggi politicamente più isolato, ma il presidente del Parlamento libanese, lo sciita Nabih Berri, ha avvertito che nel caso Aoun firmasse un accordo di pace con Israele non sarebbe più considerato presidente, arrivando di fatto a ipotizzarne la destituzione. Il primo ministro Nawaf Salam ha invece accusato Israele di crimini di guerra, sostenendo che l’Idf avrebbe colpito volontariamente dei giornalisti nel sud del Libano; accusa respinta dal comando militare israeliano, che ha ribadito di non prendere di mira civili e che i veicoli coinvolti avevano oltrepassato una linea difensiva in un’area operativa.

Per Israele, un semplice cessate il fuoco non è più sufficiente a garantire sicurezza alla popolazione del nord. L’area a sud del fiume Litani avrebbe già dovuto essere libera da armamenti, ma questo non è mai stato realmente applicato, nemmeno dal contingente Unifil. Per questo, Israele ritiene necessaria una zona cuscinetto fino al Litani: un dispiegamento limitato dell’Idf, finora, non ha impedito a Hezbollah di riorganizzarsi e continuare a minacciare il Paese. Da parte israeliana non c’è volontà di occupare il Libano, ma di arrivare a un accordo stabile. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha anche aperto a una possibile collaborazione con l’esercito libanese, ipotesi che resta però prematura.

Il quadro resta complesso: Hezbollah è una vera e propria emanazione dell’Iran, che ne sostiene finanziamento, armamento, addestramento e ideologia. In questo contesto è difficile immaginare un accordo duraturo, perché parlare di Libano significa inevitabilmente considerare il ruolo iraniano. Il rischio di una nuova destabilizzazione interna resta alto, e solo una maggiore capacità politica delle componenti cristiane e sunnite potrà favorire un cambiamento reale nel Paese.