Siamo di fronte, con le notizie che Il Riformista ha svelato per primo e con quelle che oggi siamo in grado di aggiungere, al più grande scandalo della storia dell’informazione italiana. Non a caso il rapporto del Comitato per il Codice etico Rai, pur secretato, raccomanda all’ad di viale Mazzini, Giampaolo Rossi, di mettere in sicurezza l’azienda e scongiurare un’ulteriore umiliazione per la Rai e i suoi giornalisti e collaboratori. Via Ranucci, via il dolore: archiviata la sua storia in Rai, dovrà essere approfondita quella processuale. Ranucci verrà sentito in Procura già nei prossimi giorni.

Cominciamo con una domanda: come mai Ranucci non parla di Lavitola? Perché non si mostra minimamente arrabbiato verso l’amico che lo avrebbe tradito? Se lo chiede il senatore Tommaso Calderone, di Forza Italia. «Sembra che Ranucci abbia il timore reverenziale nei confronti di Lavitola, non lo accusa, non ne parla. Un atteggiamento strano, perfino sospetto. Un silenzio, tra i due, che sembra fare velo a qualche segreto che il faccendiere arrestato condivide con il conduttore, attento a non fargli dispetto». La Procura non si è bevuta la versione di Lavitola, così come il Comitato etico Rai non ha mandato giù quella di Ranucci. Lavitola rimane in cella. E Ranucci, nella logica delle cose, sarà messo dall’azienda del servizio pubblico in condizione di non nuocere a se stesso e agli altri. Messe agli atti le confessioni con cui Lavitola dichiara di aver architettato la simulazione dell’attentato per portare gli agenti di scorta di Ranucci da due a otto, resta da capire cosa intenda fare il Viminale.

I due componenti del Cda Rai indicati da Avs e M5S, Roberto Natale e Alessandro Di Majo, prendono una prima, prudente distanza: «C’è una questione che va tenuta ferma: il suo rapporto con Lavitola ha condizionato o meno la scelta di alcuni dei temi o dei contenuti di Report? Crediamo debba essere questo il tema al centro delle valutazioni che farà in questi giorni l’Amministratore delegato». Una posizione che trova una sponda significativa anche nel sindacato dei giornalisti Rai. Sara Verta, segretario di Unirai, invita a non trasformare ogni critica a Ranucci in un attacco al giornalismo d’inchiesta. «È una vicenda inquietante che va affrontata senza trasformare ogni critica in un attacco al giornalismo d’inchiesta. Ranucci deve rispondere agli stessi criteri e alle stesse responsabilità di ogni giornalista Rai».

Per Verta, il problema è anche l’eccessiva personalizzazione di Report: «Attorno a Ranucci si è costruita una corazza politica, sindacale e mediatica che rende difficile discutere parole, comportamenti e metodo senza essere accusati di voler colpire Report». Il punto non è trovare un altro personaggio forte, ma restituire centralità al programma e alla redazione. «Report non ha bisogno di un nuovo Ranucci, ma di un giornalista d’inchiesta serio: esperienza, verifica delle fonti, rigore deontologico, capacità di lavorare con una redazione e rispetto dei colleghi». E proprio qui torna il tema delle regole: «La libertà di informare non può diventare una zona franca dalla responsabilità professionale. Anche la verifica delle fonti resta imprescindibile, soprattutto davanti ad accuse gravi». Verta richiama infine la Vigilanza Rai: «Non deve fare processi né sostituirsi alla magistratura. Deve però controllare, approfondire e pretendere risposte. Davanti a una vicenda così grave, non può semplicemente paralizzarsi».

Ora la Rai dovrà fare la cosa più semplice e più difficile: separare il giornalismo dalla politica e dalle relazioni personali del suo conduttore. Ranucci ha diritto di difendersi. La redazione di Report ha diritto di non essere trascinata in una vicenda che non ha scelto. Ma il servizio pubblico ha soprattutto il dovere di capire se qualcuno, fuori dalla redazione, abbia mai deciso che cosa dovesse diventare un’inchiesta.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.