A tutto voler concedere, dicono gli inquirenti, Sigfrido Ranucci sarebbe stato manipolato. Sarebbe caduto in una trappola dovuta a un centrifugato velenoso: le crescenti, smisurate lusinghe del Lavitola, un sano desiderio di rivincita sociale e un notevole rigonfiamento d’orgoglio, unito al narcisismo da conduzione decennale, avrebbero costituito una pozione magica indigesta. E favorito quell’abbraccio paradossale tra il faccendiere pluripregiudicato e il paladino televisivo del Bene contro il Male.

Il progetto di Lavitola era sin troppo chiaro: accrescere la stima e la simpatia generale verso Ranucci e farne un eroe civile degno delle più alte cariche dello Stato. Ammantandosi del vello d’oro del moderno Richelieu, Lavitola aveva semplicemente declinato una idea già connaturata nel clima generale: mettere un cane da guardia a capo del gregge. E farsi strada, in una democrazia malata di populismo acuto e cronico, con il pharmakòn – in greco, medicina e veleno insieme – del capopopolo duro e puro. Giustizialista, eticista, irreprensibile. Due volte irreprensibile: perché agisce in nome della legge anche quando fa televisione (Ranucci ha scritto in un recente post: «ci battiamo per i diritti costituzionali») e perché nessuno sembra potersi permettere di sanzionarlo, di punirlo.

Il progetto di Lavitola era campato per aria? Neanche per idea. Si inscrive invece in un solco italico sin troppo ben scavato. La prima intuizione risale a Mussolini, quando scelse il Fascio littorio, simbolo della magistratura romana, con la sua doppia falce, come proprio vessillo. Ma è dalla fine della prima Repubblica, con la crisi della democrazia dei partiti, che il populismo ha abbracciato il partito delle Procure e cercato non uno statista appassionato di politica ma un Inquirente deciso a fermarla e a sostituirla. Così fu per Francesco Saverio Borrelli, capo della Procura di Milano che disse all’allora Presidente della Repubblica, Scalfaro, di essere pronto ad assumere il potere. Poi la scelta ricadde su Antonio Di Pietro. E una schiera di toghe si andò a sedere all’ombra delle istituzioni, al di fuori del comparto giustizia: De Magistris, Emiliano, Grasso. La lista intera sarebbe sin troppo lunga. Molto a lungo una parte del Paese ha ritenuto di dover delegare la politica alla magistratura, confondendo arbitri e giocatori in un tutto indistinto.

Ecco che la pazza idea di Lavitola, tanto pazza non era. Mettere alla guida di una nuova campagna d’Italia un castigamatti cresciuto nell’intersezione tra televisione, populismo e amicizie tra i magistrati di peso sarebbe stato tutt’altro che strano, nella deriva di questo Paese. Al contrario, sarebbe stato il perfetto coronamento di un trentennio disgraziato e terribile, a cui speriamo si ponga, anche alla luce di questo ennesimo cortocircuito, la parola fine. Ma se questo di Lavitola e Ranucci è un caso insieme più grave e più folcloristico, non è tanto diversa la genesi che ha partorito Giuseppe Conte, oggi il più insidioso e il meno folcloristico di questa nidiata, né troppo dissimile da quella che vorrebbe partorire Roberto Vannacci. La pancia di chi cerca un nuovo castigamatti è sempre affamata.

Fabrizio Cicchitto e Aldo Torchiaro

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