Parla l’ex segretario della Vigilanza Raio 2
Anzaldi: “Ranucci valuti il passo indietro, Report non è proprietà privata di un conduttore”
Già portavoce dell’Ulivo e per dieci anni segretario della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi conosce da vicino le dinamiche del servizio pubblico e i rapporti tra politica, informazione e Rai. Nel caso Ranucci, invita a tenere la politica fuori dalla vicenda e affida la decisione agli organismi aziendali e alla categoria dei giornalisti. E propone una soluzione: un passo indietro, o di lato, per salvaguardare la trasmissione e il giornalismo d’inchiesta.
Ranucci deve essere sostituito?
«Io credo che stia attraversando un brutto momento, e lo testimonia la dichiarazione con cui si paragona ad Aldo Moro e a Giovanni Falcone. Credo che debba recuperare serenità e riflettere, lui per primo, su quel che è successo. E se domani dovesse condurre Report e fare una puntata, che so, sul carbon credit, che credibilità potrebbe avere?».
Quindi non può rimanere più in sella.
«Oggi bisogna anzitutto rispettare il lavoro del Comitato per il codice etico e la relazione dell’audit. Poi coinvolgerei la categoria dei giornalisti in un ragionamento sulle regole che deve seguire la trasmissione, l’azienda e tutto l’Ordine dei giornalisti. Potrebbe emergere che, proprio nell’interesse di Ranucci, sia opportuno fare un passo indietro o di lato. È una situazione che va gestita senza perdere credibilità, ascolti e soprattutto la funzione di denuncia di format come Report».
Lei ha analizzato i casi seguiti da Report per anni, da segretario della Commissione di Vigilanza. Il problema è il singolo conduttore o un certo metodo della trasmissione?
«Report è una trasmissione che gli italiani hanno dimostrato di apprezzare, e il giornalismo d’inchiesta deve sopravvivere anche alle secche di questo periodo. Io ho un passato da ambientalista e so quanto sia importante la televisione di denuncia. Un servizio televisivo, quando fatto con professionalità, costringe un parlamentare a presentare un’interrogazione, fa partire una inchiesta giudiziaria o promuove un intervento legislativo».
Ma il caso Ranucci rischia di mettere in discussione proprio questa funzione?
«Sì. E proprio per questo non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca. Report non è proprietà privata di un conduttore: è una trasmissione della Rai. Può condurla Ranucci, ma può condurla anche un altro. Prima c’era Milena Gabanelli. In un’azienda sana si potrebbe fare una selezione vera, anche chiamando non un totonomi di tre conduttori ma trenta giornalisti Rai tra i quali farei dei provini. Io pubblicherei un Job posting: selezioniamo il nuovo conduttore in maniera aperta, pubblica e trasparente».
Anche il metodo giornalistico di Report dovrebbe essere sottoposto a una verifica?
«Io credo che il giornalismo serio imponga di verificare tutto, sempre. E non mi accodo a chi ieri osannava Ranucci e oggi lo stigmatizza. Bisogna essere seri, con tutti. Io ho sollevato molti dubbi sulla vicenda dell’Autogrill. Contestando in sede di audizione in Vigilanza le molte aree grigie di quella serie di puntate che erano basate sul nulla, perché l’incontro Renzi-Mancini era ordinaria amministrazione, ma hanno avuto uno strano effetto, uno shitstorming che sembrò essere indotto ad arte».
Cosa le risposero in audizione?
«Convocammo Franco Di Mare, allora direttore di Rai Tre, ma lo vedemmo arrivare con Sigfrido Ranucci. Ci sorprese, invitandolo a nostra insaputa: lo volle al centro dell’audit, e così rivolsi al conduttore le mie domande. Non ebbi, naturalmente, risposte esaustive».
Poi misero il Segreto di Stato su quella puntata di Report. Altro mistero. Ora però non c’è più…
«L’Italia ha una grande storia di servizi segreti, ma anche diversi episodi dovuti a servizi deviati: quindi sarebbe giusto e opportuno oggi andare a verificare chi e perché filmò quell’incontro, e perché Report lo cavalcò con l’enfasi che ha messo».
Quindi chi deve decidere il futuro di Ranucci? La politica, la Rai?
«La politica dovrebbe starne fuori. Il governo soprattutto. Bisogna lasciare lavorare il Comitato etico e l’audit. E poi deve essere la categoria dei giornalisti, insieme all’Ordine, a interrogarsi sul da farsi. Se i colleghi dicessero a Ranucci “Nell’interesse tuo, dell’azienda e del giornalismo devi fare un passo laterale”, io penso che potrebbe valutarlo. Se invece questa vicenda diventa una campagna elettorale, danneggiamo tutto: la trasmissione, il servizio pubblico e le inchieste. Se lavoriamo bene, possiamo salvare almeno il salvabile».
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