Sessanta persone si sarebbero riunite via Zoom per trovare una via d’uscita all’impasse di Report. Non sono gli «odiosi pretoriani della censura» che, secondo la narrazione di queste ore, vorrebbero mettere il bavaglio al programma. Sono i giornalisti, gli inviati, gli autori, i filmmaker, i montatori e gli altri professionisti che lavorano a Report. E il documento uscito da quella riunione è molto più interessante della dichiarazione di solidarietà che lo ha accompagnato. Perché, letto attentamente, non è soltanto un documento di sostegno a Sigfrido Ranucci. È una proposta per cambiare radicalmente il modo in cui il potere viene esercitato dentro Report. Ranucci può anche restare al suo posto, ma non deve più esercitare il potere come prima. È, in sostanza, una forma di commissariamento dal basso. Tra chi tiene alto il vessillo puro e duro di Report, l’ineffabile Giorgio Mottola. Sarebbe proprio lui, secondo nostre fonti, il primo propugnatore del progetto di commissariare Ranucci. Ed è a lui, capo dei «traditori», che il vicedirettore ad personam di Rai Tre avrebbe indirizzato strali poco poetici nel contesto di una mail dura, amara e sonoramente esplicita che Ranucci avrebbe indirizzato alla sua redazione.

Il testo della redazione di Report

Cosa hanno detto i sessanta lo riporta un documento interno che siamo in grado di pubblicare integralmente. Il testo comincia con una dichiarazione di principio: «Nel panorama giornalistico italiano Report è uno degli ultimi presidi di libertà e di indipendenza. Il nostro metodo e la nostra organizzazione di lavoro non ha paragoni in nessun’altra testata o redazione nazionale: la possibilità di scegliere in autonomia un argomento di inchiesta, di svilupparla per mesi e, una volta trovati tutti i riscontri e fatte tutte le verifiche, mandarla in onda senza censure preventive è ormai un lusso che pochissimi giornalisti possono permettersi in Italia. Questa è l’unicità di Report che dobbiamo difendere a ogni costo. Il giornalismo investigativo, che indaga e mette in discussione il Potere senza limiti e senza censure o autocensure, è una delle basi essenziali delle democrazie moderne occidentali: spegnere o, peggio, normalizzare Report significa dunque indebolire anche la democrazia del nostro Paese».

Il tono è quello della mobilitazione. Ma la notizia arriva subito dopo. «Per la durata di questa fase di emergenza, proponiamo di modificare la struttura interna del programma allo scopo di rendere più partecipate, più condivise e più coordinate le prossime scelte editoriali». Ecco il punto. Non si chiede soltanto di difendere Report: si chiede di cambiarne la struttura interna. E di cambiare il modo in cui vengono prese le «scelte editoriali», cioè il cuore del potere del programma. Basta alle intemerate personalistiche, alle campagne che gli inquirenti sospettano essere in parte eterodirette.

Due angeli custodi al fianco di Ranucci

La prima proposta è esplicita: «Si chiede di affiancare al conduttore di Report due coautori che abbiano il compito di interfacciarsi quotidianamente con il resto della redazione». I due coautori dovranno fare da tramite con i vari reparti, il coordinamento editoriale e il comitato di redazione. E il documento aggiunge: «Cristallizzare questo principio è la base per un nuovo corso che non viva più di relazioni personali bilaterali». Un nuovo corso. Una formula che, riferita a un programma guidato da molti anni dalla stessa persona, non è precisamente irrilevante.

“Controlli sui servizi per evitare errori”

Il documento contiene poi un’ammissione che meriterebbe attenzione: «Negli ultimi tempi, a causa della velocizzazione dei tempi di produzione, abbiamo corso rischi eccessivi in alcune occasioni». E la conseguenza è precisa: «Va ripristinata proceduralmente una filiera interna rigorosa di controlli sui servizi prima della messa in onda per evitare errori o informazioni “parziali”». Dunque gli stessi sessanta che rivendicano gli standard più alti di verifica ammettono che qualcosa, negli ultimi tempi, non ha funzionato come avrebbe dovuto e chiedono più controlli.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.