Oggi si tiene un Cda Rai particolarmente rovente. E non solo perché la colonnina di mercurio, a Roma, sfiora i quaranta gradi. Il punto è che a Viale Mazzini la patata bollente dell’affaire Ranucci si fatica ormai a contenere. L’intreccio, il groviglio delle questioni sta diventando una selva. Il giallo della bomba a Campo Ascolano fuma ancora. I quattro arrestati per l’attentato potrebbero decidersi a parlare, complice l’arsura estiva. La vicenda dell’attentato d’amore va spiegata. E bene. Le oltre cento cene con Valter Lavitola, e qualche corrispondenza di troppo tra gli ospiti a tavola e le inchieste messe in onda dalla Rai, meriterebbero un approfondimento serio. Imprenditori, cantieri navali, carbon credit e alti prelati sono le tessere di un puzzle che gli inquirenti devono ricostruire. Come rimane avvolto nel mistero il ruolo esatto di Laura Cianfoni, ineffabile ombra di Ranucci nelle cene di Cefalù che dalla segreteria Fim-Cisl passa alla direzione di Fincantieri seguita fedelmente dal focus di tante puntate di Report. Sulla testa di Ranucci pendono poi due inchieste aperte dalla Procura di Ravenna per diffamazione aggravata nei confronti dell’ex 007 Marco Mancini. E ci sono le pagine – non meno incandescenti – del libro La Scelta, con cui il conduttore di Report rende pubbliche alcune relazioni particolari nate all’ombra di Via Teulada. In quelle segrete stanze in cui lo stesso Lavitola ha fatto registrare, dall’invadente ufficio passi, la sua ripetuta presenza.

Anche dal Parlamento arrivano nuove richieste di chiarimenti. Il vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Massimo Ruspandini, torna sul servizio di Report dedicato al Cantiere Navale Vittoria, oggetto delle più recenti ricostruzioni giornalistiche. «Quanto emerge è di una gravità inaudita», afferma. «Se fosse confermato che una trasmissione del servizio pubblico è stata utilizzata per finalità estranee al giornalismo libero, gli italiani hanno il diritto di sapere». Ruspandini pone una serie di interrogativi destinati ad alimentare il dibattito politico: «Ranucci ha utilizzato Report per favorire il suo amico Valter Lavitola? Quanti servizi sono stati fatti su commissione di faccendieri? E soprattutto: lo faceva per un tornaconto personale o è stato l’utile idiota di Lavitola?». Domande alle quali, conclude l’esponente di Fratelli d’Italia, «attendiamo risposte chiare». Nelle stesse ore è intervenuto anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, con un riferimento che non può che essere interpretato come un’allusione diretta all’attentato contro Sigfrido Ranucci. Durante la tradizionale cerimonia del Ventaglio, dopo aver ricordato il giornalista Almerigo Grilz e la condizione dei cronisti minacciati dalla criminalità, La Russa ha osservato che «dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Dio», aggiungendo con ironia: «Attenti alle bombe degli amici». Una battuta, ha precisato, ma anche il riconoscimento che quella vicenda «è tutta da capire».

La sensazione, dentro e fuori viale Mazzini, è che la vicenda abbia ormai superato la dimensione giudiziaria. Accanto alle indagini della magistratura si è aperto un fronte interno all’azienda, che investe la reputazione del servizio pubblico, i rapporti tra giornalisti e fonti, la gestione delle relazioni esterne e il rispetto delle regole deontologiche. Un terreno sul quale la Rai è chiamata a muoversi con particolare cautela, proprio perché le inchieste penali sono ancora in corso e nessuna responsabilità è stata accertata.

Il Cda Rai non ha, all’ordine del giorno, una discussione su questi casi. Ma è più che probabile che di Ranucci si parlerà, eccome. Qualche conclusione dovrà invece trarla il Comitato Etico Rai, che tra dieci giorni consegnerà una relazione sulle condotte del conduttore di Report. Per il senatore Roberto Rosso, FI, già membro della Vigilanza Rai, l’esito più auspicabile è che Ranucci decida cautelativamente di autosospendersi, togliendo alla governance la decisione, per molti scontata, di sospenderlo. Il clima nei corridoi di via Teulada va dallo smarrimento all’irritazione per aver trascinato nel fango un format importante, il frutto del lavoro di Giovanni Minoli e di decine di giornalisti di inchiesta. L’inviata Giovanna Boursier – che ha lavorato a Report sin dagli albori, con Milena Gabanelli, e che ben conosce la materia di cui si parla – è tranchant: «Se fossi la Rai, farei la prossima edizione di Report con sole donne».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.