Gli ultimi sei anni e mezzo di vita di Nicola Stasi iniziarono nell’agosto 2007, quando l’uomo – 51 enne – all’indomani dell’omicidio di Chiara Poggi, fece salire il figlio in macchina portandolo in aperta campagna. Lì, in un acceso diverbio lontano da presenze indiscrete e da microspie che negli anni successivi li avrebbero perseguitati, si fece giurare da Alberto di non essere l’assassino, tentando di ricostruire le ultime ore passate insieme dalla coppia, quelle che hanno preceduto la sera del 12 agosto, fino alla mattina del 13, ancora oggi difficili da ripercorrere.

Garlasco, il processo riaperto ha ucciso il padre di Alberto Stasi

Può un processo uccidere? È quello che ci si è chiesto recentemente quando a distanza di oltre un anno dalla riapertura del secondo filone di indagini la madre di Andrea Sempio – unico indagato – ha tentato il suicidio. Schiacciata dalla pressione mediatica, dal dolore per un nuovo dibattimento che a fine estate, presumibilmente, indicherà il figlio come colpevole. Ma è anche quello che si intuisce scoprendo la malattia di Nicola Stasi, morto la notte di Natale del 2013 nel reparto di ematologia del Policlinico San Matteo di Pavia, dove era ricoverato da settimane.

Le origini di Nicola Stasi

La sua vita non è stata sempre al nord (tra Milano a Garlasco): era venuto dalla Puglia e aveva sposato la coetanea Elisabetta Ligabò con cui diede alla luce il 6 luglio 1983 Alberto. Aveva aperto una ditta di autoricambi, la “Nuova Invernizzi srl”, e nella cittadina dell’omicidio viveva con la famiglia e Alberto in via Carducci, a poco più di un chilometro da casa Poggi.

Quando Nicola Stasi diceva: “È il miglio figlio del mondo”

Poche, ma incisive le parole di Alberto sul decesso: “Mio padre ha iniziato a morire quando la Cassazione ha riaperto il processo. Si sarà caricato tutto il peso per proteggere me e mia madre, ma nessuno poteva proteggere lui”. È stata l’arresa di un uomo che per primo si è battuto per l’innocenza del figlio, da quel giorno nelle campagne fino al palazzaccio romano. “Dobbiamo salvare nostro figlio da un destino che non merita. Non è stato lui, lo avremmo capito. È il miglior figlio del mondo”, ripeteva difendendo il ragazzo ovunque, davanti alle telecamere e alle strade affollate di cronisti e curiosi. Dopo l’annullamento della seconda assoluzione ripeteva agli amici: “Vi rendete conto di cosa significa? Si ricomincia. Quante volte mio figlio deve ancora dimostrare la sua innocenza?”. Chi aveva visto Nicola Stasi nelle settimane prima che se ne andasse, lo ricorda stanco e dimagrito. “Mio marito ha sofferto tanto, forse troppo. Ho paura che il dolore lo abbia portato via”, uno degli ultimi commenti della moglie.

Redazione

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