Galeotto è stato il referendum. Si è finalmente capito perché Mauro Paladini, ordinario di diritto civile all’Università di Milano-Bicocca ed ex magistrato, non va bene come presidente della Scuola superiore della magistratura. Non perché metterebbe gli omissis ai verbali della Scuola, non per il suo curriculum e non perché, come ricorda sempre Il Fatto Quotidiano, è cattolico ed esponente del Centro Livatino. Molto più semplicemente perché ha sostenuto il Sì al referendum sulla riforma della giustizia. Da settimane si parla della sua elezione alla guida della Scuola come se dietro vi fosse un oscuro disegno da parte della maggioranza. Ora, però, a sgombrare il campo da ogni equivoco ci ha pensato il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Rocco Maruotti, intervenendo domenica scorsa a Roma all’assemblea del gruppo.

Le sue parole meritano di essere lette con attenzione. Maruotti, pm a Rieti, ha spiegato che la sostituzione di Silvana Sciarra, ex presidente della Consulta, con “un autorevole professore” non poteva non suscitare perplessità, perché quel professore aveva “legittimamente sostenuto” le posizioni di quella parte politica che, a giudizio dell’Anm, con la riforma del Consiglio superiore della magistraturamirava a mettere in crisi l’equilibrio tra i poteri dello Stato”. Da qui, sempre secondo Maruotti, i dubbi sull’apparenza di autonomia e indipendenza della Scuola rispetto alla politica. L’affermazione colpisce per la sua nettezza in quanto il messaggio che ne deriva è semplice: aver preso posizione nel referendum diventa un elemento che rende discutibile la guida dell’istituto che si occupa della formazione e dell’aggiornamento dei circa 10mila magistrati italiani. Il referendum, però, non riguardava un’iniziativa eversiva. Si votava su una legge costituzionale approvata due volte dal Parlamento e si poteva votare Sì o No in virtù del principio del pluralismo democratico.

Per questo sorprende che oggi quella scelta venga evocata come ragione di sospetto. Una cosa è criticare una riforma, un’altra è lasciare intendere che chi l’ha sostenuta sia meno adatto, per ciò solo, a ricoprire un incarico istituzionale. È una tesi che pone una domanda inevitabile: fino a che punto arriva la libertà di manifestazione del pensiero? L’articolo 21 della Costituzione tutela anche chi esprime opinioni che non si condividono. Vale per chi era contrario alla riforma e vale, allo stesso modo, per chi la sosteneva. Trasformare una posizione referendaria in un elemento di delegittimazione personale significa imboccare una strada molto diversa da quella del confronto democratico.

C’è poi un altro passaggio che lascia perplessi. Maruotti, magistrato intelligente e che recentemente ha anche partecipato all’evento del Riformista contro le querele da parte dei suoi colleghi che vogliono i giornalisti in catene, sostiene che quella riforma mirava a mettere in crisi l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Si tratta di una valutazione politica, pienamente legittima. Ma resta, appunto, una valutazione politica. Dodici milioni di italiani hanno espresso un’opinione diversa. Il Parlamento aveva espresso un’opinione diversa approvando la riforma. Numerosi giuristi e costituzionalisti avevano espresso un’opinione diversa. In una democrazia, nessuna di queste posizioni può essere considerata, per definizione, incompatibile con la guida di un’istituzione. Non a caso, all’indomani del referendum, lo stesso Presidente della Repubblica invitò tutti a superare le contrapposizioni emerse durante la campagna referendaria. Un richiamo al rispetto reciproco che sembra essere caduto nel vuoto. La sensazione, invece, è che all’interno della magistratura associata la campagna referendaria non sia mai davvero finita, e che il “caso Paladini” rappresenti il terreno sul quale continuare uno scontro politico e culturale che nulla ha a che vedere con il merito della sua attività.

Colpisce, infine, il silenzio dei magistrati che avevano sostenuto il Sì e di quanti ritengono che una scelta compiuta alla luce del sole, nell’ambito di un referendum previsto dalla Costituzione, non possa trasformarsi in una sorta di marchio permanente. Perché se davvero il problema di Paladini è aver aderito a un comitato per il Sì, allora la discussione non riguarda più lui ma il diritto, in una democrazia liberale, di poter sostenere un’idea senza che ciò diventi motivo di discredito.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere