Approda questa mattina in Plenum la delibera sulla “comunicazione giudiziaria” che aggiorna le linee guida del 2018, considerate ormai insufficienti rispetto all’impatto dei social media, della comunicazione digitale e della permanenza online delle notizie.
“La delibera non limita affatto il diritto di cronaca, ma ridefinisce le modalità della comunicazione istituzionale della magistratura”, esordiscono i relatori, il togato Michele Forziati e l’avvocata Claudia Eccher, storica legale di Matteo Salvini, replicando così a chi in queste settimane l’ha paragonata ad una sorta di “auto-museruola” del Consiglio superiore della magistratura, che starebbe andando oltre le riforme Cartabia e Nordio nel restringere la diffusione delle informazioni giudiziarie.

La delibera e la tutela della reputazione

L’altro giorno è scesa in campo anche la Federazione nazionale della stampa. In particolare, il sindacato dei giornalisti teme che il richiamo alla “protezione reputazionale” possa tradursi in una restrizione indiretta del diritto di cronaca e che il ridimensionamento delle conferenze stampa delle Procure finisca per ridurre gli spazi di accesso alle informazioni giudiziarie.
Il cuore della delibera è infatti la tutela della “presunzione di innocenza” e della “reputazione” delle persone coinvolte nei procedimenti penali. Nel testo si afferma senza mezzi termini che la comunicazione istituzionale deve essere non solo rispettosa della presunzione di non colpevolezza, ma anche “vera, necessaria, proporzionata, riparabile e aggiornata”.
La delibera prevede che, se una Procura comunica pubblicamente l’avvio di un’indagine o l’esecuzione di una misura cautelare, abbia poi il dovere di aggiornare quella comunicazione quando il quadro processuale muti in modo significativo. Archiviazioni, proscioglimenti, revoche, annullamenti o assoluzioni dovrebbero ricevere una visibilità analoga rispetto alla notizia iniziale. È il principio della cosiddetta “simmetria informativa”.

La deindicizzazione limitata

Tra i punti più dibattuti figura l’attribuzione alle Procure di un ruolo attivo nella tutela reputazionale delle persone sottoposte a indagine. La delibera insiste sulla permanenza online delle notizie e sulla loro indicizzazione nei motori di ricerca. Per questo il Csm chiede che rettifiche, precisazioni e aggiornamenti siano facilmente reperibili sui siti istituzionali.
Il tema è quanto mai delicato perché, anche in presenza di un’assoluzione o di un’archiviazione, è di fatto impossibile cancellare completamente dalla rete una notizia giudiziaria. I motori di ricerca possono al massimo procedere alla deindicizzazione di alcuni contenuti, ma non eliminarli definitivamente dal web.

La conferenze stampa anti-personalizzazione dei pm

Uno dei passaggi più significativi riguarda le conferenze stampa delle Procure. Il testo stabilisce che il comunicato scritto debba diventare la forma ordinaria di comunicazione istituzionale, mentre la conferenza stampa dovrà essere eccezionale e motivata da uno specifico e concreto interesse pubblico. Viene inoltre scoraggiata la personalizzazione della comunicazione: il magistrato titolare dell’indagine non dovrebbe più diventare il volto pubblico dell’inchiesta, salvo casi particolari.
La delibera richiama inoltre il divieto di rappresentare indagati e imputati come colpevoli prima di una sentenza definitiva e ribadisce che la diffusione degli atti giudiziari deve rispettare i limiti previsti dalla legge.

Tra gli emendamenti presentati e che saranno discussi oggi figura una proposta volta a consentire ai giornalisti di ottenere copia delle misure cautelari.
La delibera richiama infine la necessità di una “sobrietà digitale” dei magistrati, anche nell’utilizzo dei social network, per evitare sovrapposizioni tra comunicazione personale e comunicazione istituzionale.
A difesa dell’impianto della delibera è intervenuto il consigliere indipendente Roberto Fontana, secondo cui il testo cerca di bilanciare tutela reputazionale, diritto all’informazione ed esigenze organizzative degli uffici giudiziari.

Nessun bavaglio

Se per il Csm l’obiettivo è adeguare la comunicazione giudiziaria all’era digitale e rafforzare la tutela della presunzione di innocenza, per la Fnsi resta però aperta la questione del possibile impatto sulla libertà di informazione e sulla piena conoscibilità dell’attività giudiziaria. Per i promotori della riforma, invece, non si tratta di introdurre un bavaglio alla stampa, bensì di aggiornare le regole della comunicazione giudiziaria alla luce delle trasformazioni tecnologiche degli ultimi anni.
Ma che il tema sia di grande attualità, lo dimostra il fatto che la Scuola superiore della magistratura, presieduta dal professore Mauro Paladini, la scorsa settimana aveva in agenda un corso formativo, il primo nel suo genere, proprio sulla “verità processuale e verità mediatica”.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere