Dopo aver sostenuto per anni che l’arricchimento dell’uranio in Iran rappresenta una minaccia inaccettabile per la sicurezza internazionale, gli Stati Uniti sembrano oggi adottare un approccio diverso nei confronti dell’Arabia Saudita. L’accordo di cooperazione nucleare civile firmato nelle scorse settimane – più che di un accordo, si tratta di un contratto – apre infatti la possibilità che Riad sviluppi capacità nazionali di arricchimento dell’uranio utilizzando tecnologia statunitense, una scelta destinata a suscitare un acceso dibattito sul futuro del regime internazionale di non proliferazione. La decisione arriva mentre il conflitto tra Israele e Iran attraversa una fase di tregua estremamente fragile. Il memorandum firmato da Washington e Teheran ha ridotto l’intensità degli scontri, ma non ha risolto nessuna delle questioni centrali: il destino delle scorte iraniane di uranio troppo arricchito, il futuro del programma missilistico e il ruolo dei proxy regionali continuano a rendere il cessate il fuoco vulnerabile a nuove escalation.

L’eccezione saudita

L’Arabia Saudita sostiene da tempo di voler sviluppare un programma nucleare destinato esclusivamente alla produzione di energia elettrica, nell’ambito del piano “Vision 2030”, con l’obiettivo di diversificare un sistema energetico ancora fortemente dipendente dagli idrocarburi. Trump sostiene che questo nuovo accordo commerciale è uno strumento per consolidare l’influenza americana nel Golfo e, soprattutto, limitare l’ingresso di concorrenti come Cina e Russia nel mercato nucleare saudita.

Il punto più controverso riguarda però l’arricchimento dell’uranio. La stessa tecnologia che consente di produrre combustibile per centrali nucleari può infatti, se portata a livelli molto più elevati, contribuire alla produzione di materiale fissile destinato ad armamenti nucleari. Proprio per questo, negli ultimi vent’anni Washington aveva generalmente promosso accordi che escludevano tali attività sul territorio dei partner, vincolando possibili percorsi nucleari futuri alla sottoscrizione degli Accordi di Abramo da parte Saudita. Accordi che, non dimentichiamolo, prevedono il riconoscimento ufficiale dello Stato di Israele.

Il precedente iraniano

È proprio questo cambio di rotta unilaterale a preoccupare numerosi esperti di non proliferazione. Per oltre vent’anni gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni, sostenuto operazioni clandestine e, più recentemente, partecipato ad azioni militari contro il programma nucleare iraniano sostenendo che l’arricchimento interno costituisce un rischio strategico. L’intesa con Riad rende più difficile sostenere la distinzione politica tra programmi nucleari “accettabili” e “non accettabili”. Negli anni scorsi, il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva già tolto ogni dubbio dichiarando che, qualora l’Iran ottenesse un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita si sarebbe mossa nella stessa direzione.

Un equilibrio ancora precario

Il pasticcio è reso ancora più complicato dal fatto che le dichiarazioni di Trump – l’arricchimento verrà effettuato solo fuori dal territorio saudita e sotto controllo americano – contraddicono l’accordo stesso. Ben più grave è che nell’accordo non si parli nemmeno di controlli da parte della comunità internazionale: questi si svolgerebbero direttamente a cura dei soli Stati Uniti. A rendere inguardabile questo pasticcio, si aggiunge la totale assenza di accenni agli Accordi di Abramo nel testo. Per giunta – quando si dice che la toppa è peggiore del buco – meno di 24 ore dopo Trump ha spiazzato tutti scrivendo su X che comunque l’accordo vale solo se Riad firmerà quegli stessi accordi che non sono presenti nel testo.

Il contratto nucleare dovrà comunque superare il vaglio del Congresso americano e resta accompagnato da numerose incognite, comprese le modalità dei controlli internazionali e le eventuali condizioni politiche legate alla normalizzazione dei rapporti con Israele. Nel frattempo, il cessate il fuoco tra Teheran e Gerusalemme continua a essere segnato da tensioni, operazioni indirette e violazioni che dimostrano come la guerra sia tutt’altro che conclusa. Il nodo centrale resta immutato: impedire una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente. Se il principio secondo cui solo alcuni Stati possono arricchire uranio dovesse perdere credibilità, il rischio è che altri Paesi della regione rivendichino lo stesso diritto, rendendo ancora più fragile un equilibrio già profondamente instabile.

Infine, non dimentichiamo che lo stesso Iran ha ricevuto le prime tecnologie nucleari proprio dagli USA, ed esattamente per lo stesso motivo: consolidare gli accordi commerciali con l’Occidente e prevenire quelli con la Russia e la Cina. Cosa succederebbe se nei prossimi decenni un cambio di vertice a Riad provocasse anche un cambio di alleanze e di programmi di sviluppo nucleare?

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Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore scientifico con una grande passione per la storia e per la ricerca in campo energetico. Autore di 900 analisi, saggi, articoli di divulgazione e di circa 100 articoli scientifici, brevetti, conferenze, contributi a congressi, 2 libri.