A Napoli, l’8 luglio, Giuseppe Conte ha detto ad alta voce ciò che da mesi circola sottotraccia nello spettro politico italiano: la minaccia russa sarebbe una costruzione propagandistica per giustificare un riarmo che toglie risorse a sanità e pensioni. Roberto Vannacci ha rivendicato la stessa tesi, ricordando che lui e Conte votano insieme al Parlamento europeo. Poche settimane prima Matteo Salvini aveva paragonato il sostegno a Kyiv ai fallimenti di Hitler e Napoleone in Russia, guadagnandosi gli apprezzamenti della portavoce degli Esteri di Mosca. Destra sovranista, sinistra pacifista e governo convergono sulla stessa narrazione. Un fenomeno da smontare con onestà storica.

Per farlo bisogna tornare al 1919. Dopo sedici milioni di morti, la Società delle Nazioni provò a costruire la pace per via istituzionale, senza deterrenza militare alle spalle. Bastò un decennio: sanzioni blande contro l’Etiopia invasa dall’Italia fascista, appeasement di fronte a Renania, Austria, Sudeti. La moderazione fu letta come debolezza, e il mondo precipitò nella guerra più sanguinosa della Storia. Dopo il 1945, l’Europa occidentale non ha vissuto settant’anni di pace per un rinnovato amore della pace in sé, ma per paura: la Nato e la Distruzione Mutua Assicurata hanno reso il conflitto tra grandi potenze troppo costoso per essere razionale. Cooperazione economica e deterrenza non sono mai state alternative: la seconda ha garantito la prima. Lo spiegò Norman Angell nel 1910, ne “La Grande Illusione”: l’interdipendenza economica rende la guerra irrazionale. Aveva ragione sul piano economico, ma non basta, perché ignora nazionalismo, illusione della vittoria rapida e regimi – allora hitleriano, oggi russo – che inseguono obiettivi di potenza che trascendono il PIL. Lo stesso errore, il “Wandel durch Handel” tedesco, credeva che il gas russo rendesse la guerra impensabile. Crimea 2014 e Ucraina 2022 hanno smentito l’illusione.

Da qui tre errori nella tesi della minaccia inventata. Primo, un’inversione cronologica: non è la narrazione a creare i fatti, ma il contrario. L’Europa ha disarmato per decenni incassando i dividendi della pace; ha riarmato tardi e male, in reazione a Crimea e invasione su vasta scala, non per premeditazione di un complesso militar-industriale. Secondo, un errore di merito: armi e welfare non sono in competizione, la sicurezza è il prerequisito che protegge lo Stato sociale, non il suo nemico. Terzo, un errore psicologico: è più comodo, dopo settant’anni di pace, incolpare le proprie istituzioni che accettare l’esistenza di un attore esterno disposto a usare la forza. Non stupisce che la stessa conclusione unisca l’antimilitarismo di sinistra e il sovranismo antiatlantista di destra: premesse opposte, stesso approdo. Dovrebbe insospettire, non rassicurare.

Nessuno nega che la spesa militare abbia costi di opportunità, né che vada spesa con efficienza: discutere priorità di bilancio è legittimo. Ma un pacifismo disarmato, fondato solo sul commercio e sulla buona fede altrui, ha sempre preparato catastrofi peggiori. Una Difesa europea credibile non tradisce l’eredità di Angell: la completa. È l’Unione capace di dissuadere che meglio protegge lo spazio di cooperazione costruito in ottant’anni. La vera alternativa non è tra armi e welfare, ma tra un’Europa che difende ciò che ha costruito e un’Europa che, per paura del proprio passato bellico, rischia di ripeterlo per debolezza.

Alberto Pagani

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Formiche.net