Vogliamo vederci chiaro: in questa storia ci sono troppi misteri. Walter Lavitola avrebbe organizzato l’attentato a Sigfrido Ranucci nella notte tra il 16 e il 17 ottobre. Le ricostruzioni che circolano hanno dell’incredibile, soprattutto alla luce dei rapporti tra il conduttore Rai e il noto faccendiere. Rapporti emersi pubblicamente nel maggio 2023 grazie alla pubblicazione, sul Riformista, di fotografie che li ritraevano insieme.

I fatti sotto inchiesta

Walter Lavitola, che ha un lungo curriculum giudiziario alle spalle, si vede contestare il reato di strage. Oggi attivo come ristoratore – è proprietario di Cefalù, nel quartiere di Monteverde Vecchio a Roma – Lavitola è stato oggetto di una perquisizione da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati su disposizione degli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia della Capitale. L’indagine coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e avviata dal Pm Carlo Villani, passato a dirigere la procura di Velletri, è seguita adesso dal sostituto procuratore Edoardo De Santis. A Lavitola sono stati sequestrati telefoni e pc che adesso devono essere analizzati. La settimana scorsa erano state eseguite quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna ritenuti esecutori materiali dell’attentato e accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. Reati contestati ora in concorso anche a Lavitola.

Traditi dalla dinamica del fatto

I primi sviluppi non si sono fatti attendere. Insieme con Lavitola è stato indagato anche un camerunense di 47 anni, Gomes Clesio Tavares. Avrebbe svolto funzioni di intermediario tra Lavitola e il gruppo di soggetti che poi ha materialmente posto in essere l’attentato a Ranucci. Questi ultimi sono stati fermati – si ricorda – tra Napoli e Avellino: si tratta di una giovane coppia residente ad Avella, Pellegrino D’Avino e sua moglie, Marika De Filippis, finita ai domiciliari; e di Saverio Mutone, residente a Sperone, a pochi chilometri da Avella e di Antonio Passariello, 53 anni, originario di Cicciano, ritenuto uno dei capi del gruppo. La dinamica con cui ha agito il gruppo li ha traditi: hanno preso una macchina a noleggio, per andare a piazzare l’esplosivo. Noleggiata con carta di credito e documenti di una prestanome da cui ben presto gli investigatori sono risaliti al resto della banda.

L’antefatto: le nostre foto del 2023

Da ieri circolano su tutte le agenzie di stampa, le testate e le principali emittenti le fotografie che Il Riformista ha pubblicato il 23 maggio 2023. Le avevo realizzate nella sera della domenica 21 quando trovai riuniti allo stesso tavolo, in un’atmosfera di frizzi e lazzi, l’allora vicedirettore Rai, Ranucci, l’imprenditore dal rocambolesco passato giudiziario, Lavitola e un sorridente Monsignor Fusco, che per la Santa Sede si era occupato del caso Becciu. Materia incandescente, quella dello scandalo degli acquisti immobiliari londinesi di Sloane Avenue che in una serie di puntate del 2021 era stata servita calda, non al ristorante di Lavitola ma nella cucina televisiva di Ranucci. Li individuai sin troppo facilmente: l’allegra compagnia era intorno a un ampio tavolo posto davanti alla vetrina del ristorante che dava su strada. Scattai alcune istantanee che decidemmo con il direttore, allora Matteo Renzi, di pubblicare.

Le foto che non voleva far circolare

Gli interessati non la presero bene, come chi viene colto con le mani nella marmellata. Ranucci chiamò Renzi fino a tarda sera, poi gli mandò una serie di messaggi, protestando per l’inopportunità di quelle foto. «Quello scemo di Torchiaro», fu l’epiteto che Renzi riferì. La richiesta era quella di smetterla. Dal fare cosa? Metterci a tacere? Non continuare a pubblicare immagini ritenute evidentemente sconvenienti? Sappiamo solo che nelle stesse ore arrivarono messaggi dallo stesso tono, ma da parte di Lavitola. «Una vigliaccata con malvagità. Ma che posso farci? Un miserabile in più da evitare». Averli ritratti insieme, gomito a gomito, a ridere e a scherzare, diventava «una malvagità». E poi è scattato qualcos’altro. Ha iniziato a parlarmi di una visita della Polizia al ristorante (mentre a me nessun inquirente ha mai chiesto nulla, sul mio lavoro di quei giorni) e della scorta di Ranucci. «È scortato per rischio di omicidio da parte di soggetti molto pericolosi», ha aggiunto. Un riferimento, quello ai rischi per l’incolumità di Ranucci, che riletto oggi, alla luce delle ultime notizie, assume una luce nuova. E sinistra.

Il rapporto Ranucci-Lavitola

Un dettaglio, a ingrandire sotto la lente le notizie di queste ore, non torna. Di quale natura è la relazione tra il giornalista d’inchiesta più popolare della Rai e il faccendiere Lavitola? Noi siamo garantisti ma sappiamo leggere le sentenze passate in giudicato. Due anni e otto mesi di condanna definitiva per tentata estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi. La Corte dei conti del Lazio, con la sentenza n.24/2015 dell’11 marzo 2015, lo ha poi condannato (insieme con Sergio De Gregorio) a restituire allo Stato 23.879.000 euro per i fondi editoria percepiti illegittimamente da L’Avanti tra il 1997 ed il 2009. C’era stata la “compravendita dei senatori”, reato prescritto nel 2017, ma con le motivazioni dell’Appello che – pur dichiarando estinto il reato – confermavano l’impianto accusatorio. Nel marzo del 2016, dopo 4 anni dall’inizio della pena, Lavitola lascia il carcere di Secondigliano per stare ai domiciliari nell’ambito del processo per tentata estorsione a Impregilo, la condanna definitiva per tentata estorsione a Silvio Berlusconi e la truffa dei fondi per l’editoria. Ed è lì che apre il ristorante e poco dopo, per ammissione di Ranucci, inizia la loro amicizia. È il 2019.

Le parole di Ranucci

«Valter è un amico vero, fra di noi c’è un grande affetto. Da quando ho saputo del suo coinvolgimento presunto nell’attentato nei confronti miei e della mia famiglia sono stati giorni pesantissimi». Sigfrido Ranucci si dice provato alla notizia che l’amico è indagato per la bomba fatta esplodere davanti alla sua villetta a Campo Ascolano, vicino Roma. Tanto provato da aggiungere un dettaglio non di poco conto, ad una attenta lettura. «Mi ha chiamato l’altra sera mentre i carabinieri lo stavano perquisendo. Era agitato. E anche io sono rimasto molto sorpreso da questo sviluppo delle indagini. Io sono amico di Valter. Dal 2019, dopo le nostre inchieste su quello che aveva fatto, con lui è nato un rapporto stretto. Non lo so, accade, sarà un caso di sindrome di Stoccolma. Ho letto le cronache che raccontano della famosa cena nel suo ristorante del 2023, ma quella non è certo una notizia: io vado a mangiare da lui molto spesso, almeno ogni due settimane. È un rapporto di amicizia che non ho mai nascosto». Verrebbe da chiedergli, da cronista che quella vicenda l’ha raccontata, malgrado le tante pressioni: perché, se oggi dice che la loro grande amicizia era alla luce del sole, tre anni fa ha tempestato di chiamate il direttore del Riformista – ed ex Presidente del Consiglio – Matteo Renzi?

E le contraddizioni non si esauriscono qui. A chi, raggiunto in casa dalle Forze dell’ordine che effettuano il sequestro di computer e telefoni, verrebbe in mente di telefonare in extremis proprio alla persona che risulterebbe essere la nostra vittima? E poi, perché Ranucci anche davanti alle prime risultanze delle indagini sottolinea la necessaria estraneità di Lavitola? «Io posso solo pensare che lui non avrebbe mai voluto fare del male a me e alla mia famiglia. Ho piena fiducia nel lavoro della magistratura e in quello dei nuclei dei carabinieri che stanno indagando su questa storia. Le loro indagini sono state straordinarie sotto ogni profilo, anche quello etico e morale», ha dichiarato Ranucci ieri. Sottolineando la forza di un rapporto amicale affettuoso: «Fra di noi penso ci sia un affetto sincero. Quindi posso immaginare, ma è solo una mia ipotesi, che l’attentato non fosse tanto diretto a me, piuttosto a qualcun altro per non farmi arrivare qualche notizia. Ecco perché comunque penso che non mi avrebbe mai fatto del male. Insomma, un gesto trasversale». Una matassa che appare sempre più intricata e che le dichiarazioni di Ranucci non aiutano a dipanare.

Gli sviluppi e i nuovi interrogativi

Per uno scherzo del destino, l’indagine che ha portato a individuare in Walter Lavitola il presunto mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci è stata gestita da un magistrato che conosceva già bene il mondo complicato in cui le inchieste di Report hanno dato fastidio e suscitato polemiche. Il Pm assegnatario del fascicolo, coordinatore delle indagini che hanno identificato sia il commando operativo che il ruolo di Lavitola come committente è stato Carlo Villani, pubblico ministero a Roma, 54 anni, un passato a Verona e a Catanzaro. Ma non è stato Villani a tirare le fila dell’indagine, perché nel frattempo è stato promosso procuratore della Repubblica a Velletri: nomina sul filo di lana, con il plenum del Consiglio superiore della magistratura che il 20 maggio scorso si spacca quasi esattamente a metà, e Villani prevale per un solo voto (15 a 14) sul rivale Giuseppe Patrone, sostenuto dalle correnti di sinistra. Nei giorni scorsi Villani si è insediato a Velletri, e il fascicolo sulla bomba a casa Ranucci è stato riassegnato al suo collega Edoardo De Santis. Ma è dalla politica che arrivano le voci critiche. «La grande fortuna di Sigfrido Ranucci è che contro di lui non ci sarà alcun ‘metodo Report’, altrimenti ci sarebbe stato molto da dire sul fatto che il grande amico, pregiudicato e faccendiere, di Ranucci è accusato di essere il mandante della bomba messa sotto casa dello stesso giornalista e sulla quale Ranucci ha cercato in tutti i modi di speculare contro il governo e la maggioranza».

Chi ha piazzato la bomba a casa Ranucci?

«La vita talvolta è davvero sorprendente. Le indagini sull’attentato davanti casa di Sigfrido Ranucci – dichiara Raffaele Speranzon, vicepresidente vicario dei senatori di Fratelli d’Italia – stanno facendo emergere un’ipotesi inquietante, secondo cui il mandante dell’attentato sarebbe il noto faccendiere pregiudicato Valter Lavitola. L’aspetto che lascia basiti è che tra i due, presunto mandante e vittima, pare ci sia un legame di amicizia. Questo scenario smentirebbe i vergognosi teoremi che qualcuno ha provato a imbastire, relativi a un collegamento tra la bomba ed esponenti del governo e della maggioranza. Seguiamo i lavori della Procura, sperando che si faccia massima chiarezza su questo gravissimo episodio».

Il presunto attentatore è un suo amico

Ironia social da parte di Atreju, l’account ufficiale della festa di Fratelli d’Italia. In un post pubblicato su Instagram compare una foto del conduttore di Report con la scritta: «Il presunto attentatore di Ranucci è un suo amico». Torna anche lì la foto del Riformista. Quella che Ranucci, con 22 messaggi, tre anni fa chiedeva di non far circolare. Il testo prosegue in tono sarcastico: «Anche a voi è successo nella vita che un vostro amico vi abbia messo una bomba sotto casa? Raccontateci la vostra esperienza». È previsto per oggi l’interrogatorio di Lavitola. Se dovesse parlare, unica certezza di questa storia, il terremoto si farebbe sentire forte. Ben più di un’esplosione.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.