Le dichiarazioni di Sigfrido Ranucci sono clamorose: abbiamo appreso che ha un fratello ai vertici della Guardia di Finanza del quale parla a sproposito anche con gli sconosciuti. Come nel caso dell’incontro-tranello con Sergio Borsato, emissario di Flavio Tosi, che lo incontra il 13 febbraio 2014 alla stazione di Padova. Allo sconosciuto, Ranucci affiderà confidenze che fanno pensare: «Ho un fratello che conta nelle Fiamme Gialle, ecco perché vengo a sapere certe informazioni». Esplosa la bomba della video-trappola che ha catturato audio e video di grande imbarazzo per il conduttore di Report, Flavio Tosi e Ranucci si danno appuntamento nelle aule giudiziarie.

È in quella sede che il 31 gennaio 2018 il popolare conduttore di Rai Tre viene sentito da due magistrati: il dottor Andrea Filippo Castronuovo e la dottoressa Elisabetta Labate. Davanti a loro farà un mesto showdown: «Non è vero che mi passa informazioni. L’ho inventato io. È una menzogna al 100 per cento», sarà costretto ad ammettere. Il fratello di Ranucci – che aveva anche il padre nella Guardia di Finanza – sarebbe stato anche sentito dalla Procura su questo punto. Tra una millanteria e un’altra, ecco l’avvocato di Tosi vincere l’imbarazzo e chiedere al conduttore di Report, seduto al centro dell’aula B14 del Tribunale di Verona, “se è vero che ha agganci a vari livelli anche in Procura a Verona?”. Ranucci reagisce come se ragionasse solo in termini di gole profonde e informatori: «Mi sta chiedendo di rivelare le mie fonti?», risponde. L’aria deve essersi fatta tagliente se a quel punto è stato costretto a intervenire il Pubblico Ministero. «Dica se è vero o se è falso». «È falso», si affretta a chiudere l’argomento Ranucci.

A questo punto, la Corte insiste sulla metodologia di pagamento del famigerato video hard che il conduttore di Report aveva tentato di acquistare. Pagamento solo ipotizzato, non essendosi mai perfezionata l’operazione. A pagina 54 del verbale, Ranucci conferma la trattativa. E cade in una contraddizione che il Pm gli fa notare subito. Inizia l’avvocato di Tosi, Cassini: «Veniamo al discorso del presunto pagamento del video, okay? Allora, lei prima ci ha detto non sono stato sicuramente io a proporre questo, diciamo questo pagamento…». Ranucci conferma. Il legale specifica: «perché c’è, ed è pagina 33 della trascrizione, c’è tutta una descrizione molto specifica, lei non è che dice: ‘sì, va bene, poi ci mettiamo d’accordo’, cioè lei dà delle indicazioni molto precise». Ranucci conferma: «Esatto». Si tratta, per chi ha visto il video da noi pubblicato, del momento in cui Ranucci spiega il giochino delle fatture: «Me ne mandi una contenente delle indicazioni diverse, mi parlate di un girato fatto a Crotone. Io lo valuterò di interesse giornalistico importante e ve lo faccio pagare. Nel frattempo mi dovete far arrivare il materiale vero con un plico anonimo».

L’avvocato Cassini – che rappresenta la difesa di Flavio Tosi – prosegue mentre Ranucci prova a interromperlo: «Che ci potrebbe, mi faccia finire, che ci potrebbe essere una falsa fatturazione avente ad oggetto beni strumentali, fotografici o video fatti attraverso una società compiacente con la quale potrebbe essere versato questo compenso». Ranucci: «Sì, non è una falsa fatturazione, mi sono espresso male, era una fatturazione intestata ad altra persona…» – e subito Cassini: «Che è una falsa fatturazione, perché è una fattura soggettivamente inesistente». Ranucci: «È una cosa che mi sono inventato sul momento perché giustificava l’acquisto del video». In aula devono essere cadute le braccia un po’ a tutti. Il legale di Tosi vuole capire quello che tutti, in questa vicenda, si sono chiesti e si stanno chiedendo. «E senta una cosa, lei di questo video… cioè voglio dire lei è una persona che ne ha viste di tutti i colori, preparata e intelligente, non si è reso conto che forse potevano prenderla per i fondelli?», domanda senza giri di parole. E qui Ranucci ammette di essere caduto in quello che definisce lui stesso “un trappolone”. Prova a giustificarsi: «Allora, il discorso perché poi alla fine cado nel trappolone? Perché io ho notizia, prima che venga ad incontrare Borsato, che Borsato è l’uomo che porta questo filmato su ai vertici della Lega». E qui crolla completamente l’alibi del bluff. Ranucci dovrebbe spiegarci: se ammette di esser caduto in trappola, perché sui social sostiene di aver bluffato?

Tocca all’avvocato Mezzomo, che difende Borsato, intervenire. Torna sul punto delle millanterie di Ranucci. «È vero o falso che lei ha detto che: ‘noi siamo lo Stato nello Stato’?». Ranucci non nega: «È vero che l’ho detto». Mezzomo: «L’ha detto?». «Sì». Mezzomo: «È vero o falso che lei ha detto che controlla cinque Procure nel Veneto?». Ranucci prova a scrollare le spalle: «È vero che l’ho detto ma è falso che controllo le procure, cioè si immagina… cioè lei ci credeva a una cosa del genere?». A questo punto interviene il giudice. «L’avvocato le ha chiesto se è vero che l’ha detto». «Sì, è vero che l’ho detto, sì, sì». L’avvocato Mezzomo non molla: «È vero o falso che lei ha mandato dei messaggi al signor Borsato?». Ranucci: “E’ vero”. Riprende Mezzomo: «Vero. Si ricorda uno di questi messaggi? Glielo dico io, riferiti a Tosi: “con queste informazioni è politicamente finito”. Ranucci non nega. A pagina 77 delle 84 pagine di cui si compone il documento l’avvocato Mezzomo interroga Ranucci sul compenso promesso per mettere le mani sul video compromettente. «Lei prima invece ha detto, proprio parlando dell’incontro di Roma, me lo sono appuntato: “che ho capito che erano falsi perché chi vuole soldi porta il materiale, chiedevano solo soldi però non hanno portato i documenti” Ecco, da quello che lei ha detto prima…». «Il documento che ho portato era finto», specifica sul punto Ranucci. «Non si poteva far nulla con quel documento. Quindi se mi aspettavo il video dice che porti a fare documenti finti?», anticipa la domanda Ranucci stesso. «Esatto. «E quindi lei ha spiegato che si poteva fare un’operazione soggettivamente inesistente?».

A questo punto i tempi sono maturi, nell’aula del Tribunale di Verona, per il riesame del Pubblico Ministero che prova a tirare le fila dell’udienza. «Parliamo del sistema di pagamento, sistema maccheronico, non so se l’ha detto lei… Ma era vero questo sistema o era inventato?», domanda. «È vero che l’ho detto». Il Pm: «Ma è falso il metodo». La replica: «È falso che si possa acquistare in questa maniera. Chi conosce un po’ le procedure di acquisti della Rai sa che non è possibile». Peccato che nel “trappolone” tesogli da Sergio Borsato, Ranucci dichiari tutt’altro, mostri dei moduli, insista affinché l’interlocutore li trattenga, li valuti e poi glieli firmi. «Per vedere se il video alla fine c’era o no», insiste l’interrogato.

Proprio ieri il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato i sequestri e i domiciliari nei confronti dell’ex capo della Direzione acquisti della Rai, Gianluca Ronchetti, finito agli arresti per le ipotesi di reato di corruzione e turbata libertà degli incanti. Le indagini, coordinate dalla procura di Roma, delegate al Nucleo di Polizia Economico Finanziaria e svolte con la collaborazione della Rai, hanno riguardato alcuni affidamenti senza gara competitiva, nel periodo dal 2014 al 2019. Al contrario di quanto affermato dal conduttore di Report, il sistema degli acquisti di materiali e servizi in Rai, stando alle prime indagini, sarebbe stato in questi anni particolarmente permeabile.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.