Alle primarie distrettuali di New York hanno stravinto i candidati sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani. Ciò significa che il giovane primo cittadino della Grande Mela non rappresenta un fenomeno isolato, ma può contare su un consenso radicato, capace di trasferire forza elettorale anche ad altri candidati democratici. Da New York, l’idea di un socialismo democratico si sta irradiando verso altri Stati, influenzando progressivamente il Partito Democratico. Non è escluso che, in questo contesto, Alexandria Ocasio-Cortez possa decidere di candidarsi alle future primarie presidenziali. Negli Stati Uniti la questione socialista torna d’attualità perché affonda le proprie radici nelle profonde disuguaglianze economiche e razziali, nella debolezza del welfare e nelle difficoltà crescenti dei ceti più fragili.

Il paradosso è evidente: mentre negli USA cresce la domanda di politiche socialiste, in Europa e in Italia il socialismo continua a perdere terreno, privo di leadership autorevoli e di una visione politica riconoscibile. Del resto, le idee camminano sulle gambe degli uomini. In Italia, dopo la sinistra di governo di Bettino Craxi, si è aperto un lungo deserto. Viene spontaneo richiamare Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, con l’auspicio che il socialismo italiano non finisca come il protagonista Giovanni Drogo, consumando l’attesa di un’occasione che non arriva mai. Sarebbe invece necessario che la sinistra italiana ed europea smettesse di inseguire la destra sul terreno economico, sociale e del welfare, tornando a proporre un proprio modello di sviluppo. Il cambio di passo è ormai indispensabile. All’orizzonte, tuttavia, non si intravedono segnali incoraggianti.

Mancano una leadership riconosciuta, un programma di governo credibile e, soprattutto, una visione comune. La recente photo opportunity dei leader del cosiddetto Campo largo, o Campo progressista, è sembrata più un tentativo di salvare le apparenze dopo anni di divisioni che l’avvio di un nuovo progetto politico. Quelle lacerazioni hanno finito per favorire la vittoria della destra guidata da Fratelli d’Italia, con Lega e Forza Italia al seguito, entrambe oggi attraversate da difficoltà non trascurabili. Tornando al campo progressista, appare evidente che, per competere realmente alle elezioni politiche del 2027, non basterà l’alleanza tra gli attuali partiti. Servirà ampliare l’area riformista e moderata con nuove forze politiche capaci di intercettare un elettorato oggi privo di rappresentanza.

La costellazione che ruota attorno a Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni è numericamente ampia, ma il peso elettorale di molte di queste formazioni resta tutto da verificare. Rimane poi irrisolto il nodo decisivo: chi sarà il candidato alla Presidenza del Consiglio? Primarie oppure accordo tra i leader? L’orientamento prevalente sembra quello già sperimentato nelle elezioni regionali: una scelta affidata ai segretari dei partiti della coalizione, individuando il candidato ritenuto più competitivo. Uno schema che, secondo molti osservatori, favorirebbe Giuseppe Conte. Esclusa l’ipotesi del “Papa straniero”, la sfida si restringe sostanzialmente a Elly Schlein e Giuseppe Conte. Da oltre vent’anni il centrosinistra non conquista Palazzo Chigi attraverso una vittoria elettorale. L’ultimo successo risale a Romano Prodi, nel 2006, con un governo che ebbe vita breve. Da allora il Partito Democratico ha partecipato a governi di diversa natura, ma quasi sempre senza una chiara investitura popolare. Schlein e Conte si giocano, dunque, una parte importante del proprio futuro politico. Entrambi, però, presentano punti di debolezza.

Una candidatura della segretaria del PD rischierebbe di non mobilitare pienamente l’elettorato del Movimento 5 Stelle, tradizionalmente orientato a sostenere un proprio leader. Conte, a sua volta, potrebbe incontrare la diffidenza dell’elettorato riformista e moderato, che continua a guardare con sospetto all’esperienza populista dei Cinque Stelle. Il vero problema, dunque, non è soltanto scegliere un nome, ma costruire una leadership capace di unire culture politiche diverse attorno a un progetto credibile. Senza una visione condivisa e senza regole chiare per la selezione del candidato, il campo progressista rischia di arrivare alle elezioni del 2027 con la stessa debolezza che lo accompagna da anni, lasciando ancora una volta alla destra il vantaggio della chiarezza e della compattezza.