Il vertice Nato di Ankara doveva essere, almeno nelle intenzioni, un momento di sintesi per un’alleanza scossa, e non poco, dalle uscite sguaiate di Donald Trump. Giorgia Meloni ha mantenuto il sangue freddissimo nel non rispondere alle continue provocazioni del suo ex amico, e questo non ha giovato di certo alla megalomania di “The Donald”, che ama lo scontro e il poterlo alimentare. Ma Ankara non è soltanto fondamentale per capire quanto possano essere considerati solidi i rapporti del governo italiano con The Donald (quelli tra l’Italia e gli Stati Uniti sono e restano saldi). Il vertice, per l’Italia, vale molto di più: da una parte Meloni dovrà dimostrare che l’Italia rispetta i patti e raggiunge gli obiettivi che si è prefissata, un aspetto importante sul piano della percezione internazionale. Perché, a prescindere dal carattere di Trump, dalle sue esternazioni o dal suo umore di giornata, le sfide globali per l’Italia sono reali.

Aumentare le spese in Difesa, aumentare gli investimenti, aumentare gli armamenti e, soprattutto, aumentare l’efficientamento di tutta la rete della Difesa non è una spesa che “arricchisce le industrie delle armi”, come stoltamente ripete a favore di telecamera qualche esponente politico delle opposizioni, pensando che il pacifismo inattivo sia la via per la pace. Al contrario, investire in sicurezza significa investire per la pace; non si possono sollevare, ogni qual volta che si apre il capitolo armamenti, le spese per la sanità o la pressione fiscale come alternative, perché non lo sono. Di più: Conte, Bonelli e Fratoianni dovrebbero ben sapere che investire in Difesa significa investire in un settore cruciale anche per il nostro futuro tecnologico.

Il mondo che ci ha permesso di vivere senza doverci preoccupare di ciò che accadeva all’esterno non esiste più e, se oggi siamo costretti a una corsa contro il tempo, ciò è dovuto anche al fatto che in passato chi ha governato ha sottovalutato la Difesa e ogni tipo di investimento che ci avrebbero permesso, oggi, passi meno radicali. Ma si sa, la lungimiranza non è il piatto forte di una classe politica che vive il tempo come lo spazio compreso tra una campagna elettorale e l’altra.

Da qui discendono anche le pressioni su Meloni affinché rallenti sugli impegni Nato, sul sistema Safe e sulla NEC: tutti strumenti necessari per raggiungere gli obiettivi. Questo per noi è il tempo della maturità, il tempo di dare valore alla sempre evocata nazione. Siamo nella fase in cui si giocheranno le carte del nostro futuro. Possiamo scegliere se essere una media potenza talassocratica e guardare al Mediterraneo, al Nord Africa e persino ai Balcani come al nostro cortile – ossia alle zone in cui imporre la nostra influenza – oppure se lasciare agli altri il compito di dettare le carte e subire ciò che ci lasceranno.

Ankara sarà anche l’occasione per Meloni di guardare da vicino il nostro vero e unico competitor globale: la Turchia, che da tempo minaccia ogni nostra zona d’influenza. Da quelle parti, infatti, non lesinano investimenti in Difesa e si sono tutti votati al neo-ottomanesimo.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.