Esteri
L’americanista Arnaldo Testi”: Le festività per l’Indipendenza rivelano le fragilità di Trump”
“Gli Usa celebrano 250 anni di vita in uno dei momenti più critici della loro storia. Il Paese è drammaticamente spaccato in due. Donald ne è l’acceleratore”
L’esempio lampante del mito americano me l’ha fornito mia madre novantenne. Alla domanda se preferisse l’inferno o il paradiso, ha detto che preferiva l’America. 250 anni fa un gruppo di Stati nordamericani decise di sottrarsi all’impero britannico e alla monarchia, in nome di alcuni princìpi che sono arrivati a indicare una specie di uguaglianza universale. Oggi è tutto cambiato? «Le festività in corso per il 4 luglio – spiega lo storico Arnaldo Testi – avrebbero dovuto essere il trionfo monumentale e spettacolare di Trump. A giudicare da quel che si vede, potrebbero rivelarsi un segno della sua debolezza». Testi è autore del libro 4 luglio, edito da Il Mulino.
250 anni dalla dichiarazione d’indipendenza del 1776. Come può una dichiarazione di guerra uscire dalla sua funzione primaria e diventare un testo ricordato per le proprie ispirazioni etiche?
«La Dichiarazione di indipendenza è una lettera di addio. Afferma il dissolvimento dei legami politici delle colonie, autoproclamatisi Stati indipendenti. Dice che i “fratelli britannici” saranno trattati come il resto dell’umanità, “nemici in guerra, amici in pace”. E la repressione dell’insurrezione è una scelta dei colonizzatori che non accettano la separazione e non la vogliono chiamare guerra. L’addio viene proclamato in modo altisonante perché è un atto clamoroso, che ha bisogno di ideali convincenti per mobilitare i coloni in rivolta e per avvisare la comunità internazionale. Sono idee sovversive dei poteri imperiali di tutti gli imperi transatlantici, censurate in tutte le Americhe, eppure diffuse largamente. La Dichiarazione del 1776 inventa un tipo di documento politico: l’autocertificato di nascita di un nuovo Stato che si stacca da un conglomerato imperiale multinazionale o coloniale e se ne va per conto suo».
Quando gli «Stati Uniti» decisero di sottrarsi al regime britannico, non erano ancora consolidati. Quale valore e quale collante hanno potuto arrivare a costituire una federazione di Stati?
«Furono i conflitti politici e infine la rivoluzione per l’indipendenza a fornire il collante che fece gli Stati Uniti. Già le colonie avevano iniziato a sentirsi parte di una nuova costellazione di soggetti autonomi. Avevano un po’ di storia alle spalle, erano abbastanza popolose e prospere da essere autosufficienti, quasi tutte con tradizioni di autogoverno e di capacità di autodifendersi (con le milizie volontarie di maschi bianchi armati), con esperienze di cooperazione militare contro i francesi e le nazioni native e infine contro il loro stesso governo, quello di Londra. I residenti si sentivano “americani”, con interessi comuni e una cultura comune, diversa da quella dei compatrioti rimasti oltreatlantico. Poi nel 1787 si arrivò alla nuova Costituzione, che era in parte “federale” e in parte “nazionale”, cioè centralista. Come ancora oggi».
Cosa significava per uno schiavo (e successivamente per una lavoratrice) il 4 luglio?
«L’affermazione che “tutti gli uomini sono creati uguali” fu scritta da Jefferson, uno schiavista della Virginia e divenne uno slogan per abolire la schiavitù. Fu abbracciato già durante la rivoluzione da minoranze di abolizionisti e poi a metà ‘800. Ci volle il bagno di sangue della Guerra civile perché la schiavitù finisse ovunque. Anche se ciò non impedì nel Sud la nascita di un regime di segregazione razziale, ancora oggi attivo sotto la brace. L’affermazione di eguaglianza fu usata dai movimenti delle donne per conquistare i diritti civili e politici. E le donne, le corporazioni operaie, i primi sindacati e i primi partiti operai usarono il 4 luglio come una sorta di festa del lavoro. Soltanto a fine ‘800 arrivò il vero Labor Day».
Una volta che non ci sarà più Trump, resisterà il trumpismo?
«Gli Stati Uniti celebrano i 250 anni di vita in uno dei momenti più critici della loro lunga storia, per ragioni che vengono dai cambiamenti mondiali, e da quelli economici, politici, culturali e demografici interni. Il Paese è drammaticamente spaccato in due. Trump è un prodotto di questa spaccatura ma ne è anche, in maniera attiva e consapevole, l’acceleratore. Con i suoi istinti autoritari e narcisisti, con la volgare violenza di linguaggio, con la retorica maschilista, razzista e anti-immigrati, con le aggressive posture internazionali, riprende modi di pensare e agire che sono sempre esistiti ma che in genere hanno avuto un impatto più limitato. Trump li ha portati dentro la Casa Bianca. In effetti non c’è mai stato un Presidente come lui. E quindi le conseguenze che le sue azioni potrebbero avere sul lungo periodo sono ancora tutte da vedere. La democrazia americana è grande e grossa, e ha con noi europei un intreccio inevitabile. Ogni cosa ha un rimbalzo».
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