Politica
Schlein e Conte: nel campo largo ci sono già i ministri. Manca il programma
C’è un paradosso che attraversa il cosiddetto campo largo: mentre ancora si fatica a definire un programma comune, già si discute di possibili ministri in un futuro governo e di tanto altro. Un rovesciamento logico che dice molto dello stato della coalizione. Negli ultimi giorni Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno avviato un percorso per costruire una piattaforma comune, con appuntamenti pubblici annunciati per le prossime settimane. Ma lo stesso cantiere programmatico è, di fatto, ancora aperto e in fase embrionale. È qui che nasce la contraddizione: come si può ragionare di squadra di governo (e di Quirinale) senza aver chiarito prima la linea politica? Soprattutto su un terreno decisivo come la politica internazionale, dove le differenze tra le forze di opposizione restano profonde e, in alcuni casi, strutturali.
Il punto non è solo organizzativo. È politico. Il campo largo nasce da una strategia perseguita con determinazione da Schlein (testardamente unitaria), ma si traduce oggi in un’alleanza che appare più come una somma di posizioni che una sintesi. Non a caso, anche osservatori e commentatori parlano sempre più spesso di un campo “stretto”, con un baricentro spostato nettamente a sinistra. L’unità voluta a tutti i costi da Schlein ha schiacciato il Pd sulle posizioni di massimalismo populista di 5 Stelle e Avs, smarrendo così la vera identità del partito, allontanandolo dai princìpi fondanti e indebolendo la propria riconoscibilità. Questo restringimento ha conseguenze evidenti: il rapporto con l’area riformista e moderata resta irrisolto, quanto apertamente conflittuale (vedi le fuoriuscite dal partito di Madia, Picierno e Gualmini). La distanza con le forze centriste non è un dettaglio tattico, ma un nodo politico che incide direttamente sulla possibilità di costruire un’alternativa di governo credibile e allontana l’orizzonte delle riforme dagli obiettivi politici della coalizione.
A rendere ancora più fragile il quadro è la questione della leadership. Da mesi il centrosinistra si muove senza una guida riconosciuta. Il problema non è solo chi debba essere il leader, ma se esiste davvero una disponibilità condivisa ad accettare una leadership unitaria. Le posizioni espresse – anche recentemente – da Conte, che più volte ha rivendicato autonomia strategica per i 5 Stelle, vanno lette in questa chiave. Il risultato è una coalizione che discute di posti di potere senza aver chiarito fino in fondo per fare cosa. E questo si riflette anche sulla qualità dell’opposizione: spesso sbilanciata sul rifiuto sempre e comunque delle proposte della maggioranza, ma meno efficace nel costruire alternative politiche capaci di aprire un confronto nel merito. Eppure il contesto richiederebbe esattamente il contrario. In una fase di ridefinizione degli equilibri internazionali, con l’Europa chiamata a chiarire e rafforzare il proprio ruolo, servirebbe una proposta chiara, coerente e riconoscibile anche sul piano della politica estera. Una proposta che oggi semplicemente non si vede. Eppure le inadeguatezze, le incertezze e le ambiguità di questo governo, che si trascina ormai stancamente verso le prossime elezioni, offrono ampi spazi per un’offerta politica alternativa.
Quindi la discussione sui ministri appare prematura, inopportuna e in un certo senso fuori luogo. Non perché sia illegittimo prepararsi a governare nel caso di vittoria elettorale, ma perché governare presuppone una visione condivisa, una leadership definita e un programma credibile. Senza questi elementi, il rischio non è solo di perdere le elezioni. Ma, in una fase storica in cui i cittadini partecipano sempre meno al voto, il rischio è anche quello, più profondo, di non riuscire a costruire un’alternativa politica capace di parlare anche a quell’elettorato riformista e moderato che resta, ancora oggi, senza una casa riconoscibile. E, senza quella base, ogni ipotesi di governo resta inevitabilmente sospesa e/o illusoria.
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