Tradizionalmente, almeno sino a prova contraria, il centrosinistra è sempre stato fatto da un centro e da una sinistra. Detto così, appare quasi un fatto paradossale. Del resto, nella prima repubblica e per quasi 50 anni, il centrosinistra – quando si è fatto – ruotava attorno a un partito che si chiamava Democrazia Cristiana che aveva la forza numerica, la capacità e l’autorevolezza politica di garantire una prospettiva o una coalizione di centrosinistra. Tramontata la Dc, le cose si sono leggermente e oggettivamente complicate ma il centrosinistra – con il Ppi o con la Margherita o con la prima fase del Pd – ha continuato ad esistere, seppur con esiti alterni, come la sommatoria tra un centro e una sinistra. Lo scenario è mutato radicalmente da qualche anno con l’arrivo alla segreteria nazionale del Pd, avvenuto del tutto legittimamente e con un chiaro e coerente disegno politico, di Elly Schlein.

Da quel momento la tradizionale coalizione di centrosinistra è diventata una alleanza di sinistra. Ovvero, una coalizione che contempla al suo interno quattro grandi e significative sinistre: la sinistra radicale e massimalista del Pd della Schlein; la sinistra populista e demagogica del partito dei 5 stelle di Conte; la sinistra estremista ed ideologica del duo Fratoianni/Bonelli e, in ultimo ma non per ordine di importanza, la sinistra classista e pan-sindacale del segretario della Cgil Landini. È abbastanza evidente concludere che quella coalizione non centra assolutamente nulla con la tradizionale o più recente alleanza di centrosinistra. Per una ragione persin troppo semplice da spiegare: il centro da quelle parti non esiste. Fuorché si pensi che il centro è rappresentato da piccoli partiti o sigle personali che si aggirano attorno all’1-2%. Ora, e a fronte di uno scenario che non richiede ulteriori approfondimenti, la sfida – e anche la scommessa – è quella di ricostruire una coalizione di centrosinistra in vista delle prossime elezioni politiche. Coalizione che oggi, per le ragioni che ho richiamato brevemente, non c’è. Al massimo, per essere ancora più chiari, c’è tutt’oggi una nuova ed aggiornata “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria. E, per essere concreti e non lanciarsi in spericolate operazioni propagandistiche, è sufficientemente chiaro che da quelle parti il centro è politicamente credibile – almeno sulla carta – se è uno solo. Ovvero, se riesce a presentarsi unito sotto una stessa sigla, un solo tetto e un solo luogo.

Certamente non può essere il prolungamento di un piccolo partito personale, né può essere il frutto di operazioni dettate da altri – l’ormai famosa “tenda” progettata dal compagno Bettini a nome e per conto del Pd – e né, tantomeno, una operazione elettorale abborracciata e frettolosa pianificata da alcuni capi. Il centro è credibile e anche competitivo politicamente ed elettoralmente se risponde ad alcune condizioni di fondo, quelle di sempre. Ovvero, dev’essere un solo luogo politico e plurale, deve esprimere un progetto politico, deve essere unito e, in ultimo, deve rappresentare realmente ed oggettivamente interessi, istanze e bisogni di quel segmento di società che non si riconoscerà mai nella sinistra radicale, massimalista, populista o classista. Senza questa capacità si riduce ad essere una semplice operazione trasformistica ed opportunistica non degna di nota sul versante politico, culturale e men che meno su quello elettorale. Se questo non dovesse avverarsi a breve, l’unica alternativa politica possibile per rappresentare tutto ciò che è riconducibile anche solo lontanamente al centro, non potrebbe che essere il progetto di Azione portato avanti coraggiosamente da Carlo Calenda.