È più diffidente del solito, scruta l’orizzonte con sospetto, scorge congiure in ogni anfratto, è a caccia di una via di fuga. L’evasione di Elly Schlein resta un’aspirazione, ma quanto sarebbe necessario divincolarsi da una prospettiva che la obbliga a una scelta: tra l’incudine di Giuseppe Conte e il martello dei padri nobili. Confidenze che trapelano con mezze parole dal blindatissimo inner circle, sguinzagliato in Transatlantico a trovare conferme di tradimenti in arrivo, di manovre in essere. Insomma, il “coltello” che potrebbe infierire su Cesare. La segretaria avverte il rischio di essere schiacciata da due macigni che si sovrappongono: primarie senza garanzie e legge elettorale. Un contesto cupo che al momento chiude ogni via di scampo: si tratta di capire quale sia il percorso meno pericoloso.

Ricostruiamo il quadro che inquieta il quartier generale. Da una parte c’è il leader del M5S che non demorde, ignorando anche gli appelli di Tomaso Montanari: la leadership va assegnata tramite primarie. Un’eventualità che, secondo l’avvocato, non può dipendere neanche dalla legge elettorale. Ai gazebo bisogna andare comunque, e gli apparati stiano fuori, intima via di Campo Marzio. L’ex presidente del Consiglio, ancora in convalescenza, è confortato dai dati che gli arrivano: anche ieri Alessandro Amadori con la sua Yoo Data lo vedeva in testa alla competizione. “È percepito come popolare e progressista”, spiega il professore. Se il mezzogiorno di fuoco tra i due big appare probabile, l’alternativa, se possibile, è ancora più inquietante. Elly Schlein coltiva una speranza che non può comunicare, ha le mani legate: Giorgia Meloni approvi lo Stabilicum. I ruoli infatti sono già stabiliti: il Pd dovrà gridare a tutta voce contro la legge elettorale che Fratelli d’Italia vorrebbe far approvare a Montecitorio entro luglio. The Show Must Go On.

La segretaria, in cuor suo, ha bisogno di una medicina: il premio di maggioranza. Ovvero l’unico modo per superare il pantano del pareggio, che la farebbe scivolare ai margini del campo da gioco, nelle fauci dei suoi più temibili “amici”, quelli che la sopportano perché non sanno come archiviarla. Se restasse l’attuale sistema elettorale, l’inquilina del Nazareno è consapevole di finire dentro a una “pentola” avviata a fuoco lento, e che a lei ci penserebbero le correnti, decise finalmente a mettere sul piatto un nome di peso. Beninteso non il suo. È un progetto che circola insistentemente in Transatlantico, che anima i pour parler nei corridoi: abbiamo tanti candidati in grado di gestire al meglio una nuova stagione di larghe intese. Una girandola di ipotesi: da Paolo Gentiloni alla ricorrente Silvia Salis, il jolly che si aggira su molti tavoli. Il metodo peraltro fu già sperimentato con successo per gelare le aspettative di Pier Luigi Bersani nel 2013: non riuscì a diventare premier e poco dopo lasciò l’incarico di segretario. Un destino a suo modo esilarante. Il futuro di Schlein così è appeso alla determinazione della sua avversaria per antonomasia, Giorgia Meloni. Se lo Stabilicum riesce a passare dalle forche delle Camere, la numero uno del Pd può tirare un sospiro di sollievo: l’ho scampata.

In questi giorni la parola d’ordine del campo largo è rimasta immutata: evitiamo qualsiasi riferimento ai gazebo. Un compitino che il co-leader di Avs, Angelo Bonelli, ieri ha assolto alla perfezione: “Il Paese ha bisogno di altro in questo momento, non delle primarie del centrosinistra”. L’impegno è decidere subito dopo l’estate, e nel caso organizzarle entro la fine dell’anno. L’altra emergenza che incombe sono le ripercussioni dell’addio di Marianna Madia. I fedelissimi hanno una certezza: in breve tempo uscirà un altro riformista. “Sarà un altro caso isolato o darà il via a una diaspora?”, si chiedono preoccupati delle conseguenze sul braccio di ferro con Conte. Alla fine resta soltanto quella canzone di Daniele Silvestri che gira bassa come un cattivo presagio: “C’è un piano di battaglia che a lei non piacerà”.