L'intervista
Antisemitismo, Lombardo: “Avremmo dovuto raccogliere l’appello di Segre. Siamo in piena guerra ibrida”
Marco Lombardo, senatore di Azione, porta avanti le battaglie per il contrasto alla guerra cognitiva russo-cinese e ha sostenuto in aula, ieri a Palazzo Madama, il Ddl antisemitismo.
Lei è intervenuto in Aula per spiegare il voto favorevole di Azione. Perché era importante sostenere quel provvedimento?
«Sono intervenuto per chiarire le ragioni che hanno portato Azione a votare sì al disegno di legge. Non era in discussione la posizione del Parlamento sul conflitto tra Israele e Palestina: il punto era attuare la Costituzione, tutelando la libertà di culto dei cittadini italiani di fede ebraica. La domanda è molto semplice: esiste l’antisemitismo oggi oppure no? È vero che spesso si maschera nell’antisionismo? Ed è urgente adottare strumenti per contrastarlo? Se la risposta è sì, allora non si può votare contro una legge solo perché porta il nome di un esponente della maggioranza, come il senatore Romeo. Per questo abbiamo votato convintamente a favore».
Eppure la senatrice a vita Liliana Segre aveva lanciato un appello all’unità. Perché non è stato raccolto da tutto il Parlamento?
«Per me è stata un’occasione mancata. Avremmo dovuto raccogliere tutti l’appello della senatrice Segre e riconoscere nell’antisemitismo un nemico comune da combattere insieme. Invece il clima non è stato all’altezza della situazione: è sembrata la gara a chi riapriva l’armadio degli orrori del Novecento, con accuse reciproche di fascismo e comunismo. Avremmo dovuto fare esattamente l’opposto: chiudere quell’armadio e chiederci cosa fare oggi per eliminare l’odio razziale ovunque si manifesti».
Lei ha promosso anche un confronto con l’Istituto Germani sull’antisemitismo come strumento della guerra ibrida. Che cosa emerge da quella ricerca?
«Lo studio dimostra che l’antisemitismo non è soltanto odio razziale. È diventato anche uno strumento della guerra ibrida utilizzato per destabilizzare le democrazie liberali: si intrecciano l’antisemitismo mascherato da antisionismo e l’uso strategico dell’odio per destabilizzare le società democratiche».
Dietro queste dinamiche c’è anche un’azione geopolitica di Russia e Cina?
«Sì. Non è un asse che mira a favorire un partito rispetto a un altro. L’obiettivo è favorire i partiti che polarizzano di più per creare instabilità. Non vogliono far vincere qualcuno: vogliono dimostrare che le democrazie liberali non reggono la sfida della storia mentre le autocrazie sì. In questo clima prosperano i populismi, che spesso guardano con simpatia alla Russia. Il nostro compito dovrebbe essere liberare la politica italiana dall’ostaggio delle coalizioni forzate e della polarizzazione».
In questi giorni si parla anche di sicurezza europea, dopo episodi come i detriti di missili caduti nei cieli della Turchia. L’Italia è preparata a minacce di questo tipo?
«Ho posto questa stessa domanda al ministro Crosetto: l’Italia è esposta al rischio di un attacco missilistico o di droni, visto che Cipro è già stata colpita e che questi sistemi arrivano nel Mediterraneo? Abbiamo strumenti adeguati? La risposta è stata molto chiara: no. Mi sarei aspettato un grande dibattito pubblico su questo, invece non è successo nulla. È il segno di un dibattito politico spesso inadeguato rispetto alla gravità della situazione».
Manca una cultura della difesa, in Italia?
«Sì, per due motivi. Il primo è che leggiamo l’articolo 11 della Costituzione solo per le parti che ci piacciono. È vero che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa, ma non è un paese neutrale e ha il diritto di difendersi. Il secondo è l’idea sbagliata che investire nella sicurezza significhi investire nella guerra. Non è così: significa difendere il territorio e i cittadini. Finché non avremo piena consapevolezza delle minacce – militari e ibride – non sapremo nemmeno investire seriamente nella nostra difesa».
C’è stato poi il caso del viaggio del ministro Crosetto a Dubai. Ci vede un problema di intelligence? Al Riformista, Marco Mancini lo indica chiaramente.
«Il ministro ha spiegato di aver valutato la situazione insieme ad altri, verosimilmente gli apparati di intelligence. Se davvero nessuno sapeva che l’intervento, significa che c’è stata una falla nel sistema informativo. Dobbiamo capire se il nostro sistema di intelligence è in grado di prevedere scenari di rischio in un contesto di guerra. Su questo il Parlamento, e nello specifico il Copasir, dovrebbe aprire una discussione seria».
Quale dovrebbe essere oggi la posizione dell’Italia nello scenario internazionale, tra Nato, Europa e crisi in Medio Oriente?
«L’Italia, come paese fondatore dell’Unione Europea, dovrebbe favorire una posizione comune europea. Invece vediamo leader che parlano ciascuno per conto proprio: Merz parla dalla Casa Bianca, Sánchez da casa sua. È l’immagine di un’Europa divisa, ed è esattamente ciò che vogliono le autocrazie. È quel che vogliono Putin e Trump. L’Italia dovrebbe lavorare per un allineamento europeo anche sulle basi militari e sulla posizione da tenere rispetto all’Iran».
Secondo lei qual è l’obiettivo politico dell’Europa nella crisi iraniana?
«Trump e Israele hanno un obiettivo preciso: fermare l’arricchimento dell’uranio e impedire che l’Iran si doti dell’arma nucleare. L’Europa dovrebbe avere un obiettivo ulteriore: favorire una transizione democratica in Iran. Non possiamo limitarci a un cambio di regime come accaduto in altri contesti. Se vogliamo la stabilità del Medio Oriente dobbiamo stare al fianco del popolo iraniano che è stato oppresso e represso dal regime. E da una vera transizione democratica trarrebbe beneficio anche Israele».
© Riproduzione riservata







