L'intervista
Fassino: “Io contro Netanyahu, non contro Israele. Il manifesto? Sprone a una soluzione politica”
Il deputato del Partito democratico è tra i firmatari del Manifesto dei Riformisti del Pd “Con l’opposizione israeliana per fermare Netanyahu”
«In questi anni ha prevalso una lettura criminalizzante di Israele. Per questo occorre distinguere tra la legittima difesa dello Stato israeliano e alcune scelte politiche del governo Netanyahu». Piero Fassino, deputato del Partito democratico, vice presidente della Commissione Difesa e amico di Israele, è tra i firmatari del Manifesto dei Riformisti del Pd “Con l’opposizione israeliana per fermare Netanyahu”.
Onorevole, in un momento in cui Israele è fortemente isolato sul piano internazionale, non crede che la vostra sia una mossa che può indebolire ancora di più Israele?
«Non condivido questa lettura. Criticare il governo Netanyahu non significa mettere in discussione Israele. Se qualsiasi critica all’attuale governo viene fatta coincidere con un attacco all’esistenza stessa dello Stato di Israele, allora dovremmo dire che anche esponenti dell’opposizione israeliana come Golan, Lapid, Bennet, Eisenkot sarebbero contro Israele. E questo è evidentemente assurdo».
Ma questa non è un’ingerenza in un Paese straniero?
«No. È esattamente il contrario. Veniamo da mesi in cui si è assistito a una rappresentazione fortemente demonizzante di Israele, con accuse gravissime e un uso disinvolto della parola “genocidio”. Dire che esiste un’altra Israele, rappresentata anche dalle opposizioni democratiche, significa offrire una lettura diversa, senza interferire nella politica di quel Paese».
Nel manifesto dite che l’annessione degli “insediamenti irregolari” in Cisgiordania è l’anticamera della sua annessione.
«Sì. La legalizzazione di tutti gli insediamenti irregolari che cos’è? Ritengo che l’annessione o l’espansione degli insediamenti sia un errore. Israele non sarà più sicura quanto più estenderà il proprio controllo territoriale a danno dei palestinesi. Per quanto si estenda il territorio di Israele, al di là di ogni confine potrà sempre esserci un’insidia».
Il 7 ottobre insegna che queste scelte rispondono alle esigenze di sicurezza del Paese.
«Io condivido pienamente le esigenze di sicurezza di Israele. Le ho difese sempre contro tanti che le ignoravano. Un conto è però combattere Hezbollah o Hamas, altro è immaginare che la risposta strategica debba essere l’occupazione permanente o l’annessione di territori, negando alla popolazione palestinese le proprie aspirazioni. Sono due questioni completamente diverse».
Se Netanyahu vincesse di nuovo le elezioni?
«Nessuno certamente metterà in discussione il risultato di elezioni democratiche. Il punto è un altro. L’8 ottobre 2023, il mondo era schierato con Israele. Oggi Israele è pressoché solo. Bisogna interrogarsi su come si è prodotto questo cambiamento».
Che cosa avrebbe dovuto fare Netanyahu?
«Penso che la gestione della guerra a Gaza abbia mostrato limiti evidenti. Hamas resta una minaccia gravissima che va combattuta con determinazione. Ma non possiamo non vedere che dopo mesi di operazioni militari, una parte della Striscia è tornata sotto il controllo di Hamas. È inevitabile interrogarsi sull’efficacia della strategia seguita».
Quindi lei non mette in discussione l’offensiva contro Hamas?
«No. Non ho mai detto questo. Hamas è un’organizzazione terroristica e rappresenta un pericolo mortale per Israele e per l’intero Medio Oriente. Il problema è chiedersi quale sia la strategia politica che accompagna l’azione militare e quale sia la prospettiva per il dopo».
Quale dovrebbe essere?
«Nessuna guerra è infinita. A un certo punto bisogna avere una strategia di uscita. Se l’unico obiettivo è allargare continuamente le zone di sicurezza, senza affrontare il nodo politico, il conflitto non finirà mai».
Ma le buffer zone sono studiate per evitare un nuovo 7 ottobre.
«Io penso che esistano anche altri modi per impedire un nuovo 7 ottobre. Bisogna creare le condizioni perché emerga una prospettiva politica per i palestinesi. Se quella prospettiva viene negata, il rischio è che si continui ad alimentare frustrazione e rabbia, che Hamas potrà cavalcare acquisendo consenso».
Onorevole, è ancora possibile parlare di “due popoli, due Stati”?
«Oggi quella prospettiva è certamente molto lontana. L’ho constatato di persona parlando con i leader dell’opposizione israeliana. Anche chi critica duramente Netanyahu non ritiene che sia una prospettiva immediata. Il massacro del 7 ottobre e la guerra hanno distrutto il principale presupposto di qualsiasi accordo: la fiducia reciproca. Questo non significa abbandonare quella prospettiva, ma lavorare per ricostruire le condizioni della sua realizzazione».
Quanto pesa il rapporto di Israele con i Paesi arabi?
«Sono stato sempre un sostenitore degli Accordi di Abramo. Penso in particolare che Mohammed bin Salman possa svolgere un ruolo storico nella regione, analogo a quello che il presidente egiziano Sadat ebbe nel 1977 sottoscrivendo gli accordi di pace con Israele. Ma difficilmente l’Arabia Saudita potrà arrivare a una piena normalizzazione senza una qualche prospettiva sulla questione palestinese».
E in Libano? Tzahal è nel sud del Paese per disarmare Hezbollah.
«Il disarmo di Hezbollah non può dipendere esclusivamente da Israele. Deve diventare una responsabilità del governo libanese. Naturalmente oggi Beirut incontra enormi difficoltà, ma bisogna lavorare per creare le condizioni affinché possa esercitare pienamente la propria sovranità».
La minaccia di Hamas a sud, il rischio dei missili di Hezbollah a Nord e soprattutto l’Iran. Nelle condizioni attuali, sembra che Israele non abbia alternative alla guerra.
«Io non credo che in politica non esistano alternative. La guerra può essere necessaria, ma deve essere accompagnata da una strategia politica. Altrimenti diventa permanente».
Ma secondo lei, Netanyahu è responsabile del fallimento del processo di pace?
«Ricordo che, dopo l’assassinio di Rabin nel 1995, Netanyahu disse che “con Rabin è morto anche Oslo” e da allora ha lavorato sistematicamente per svuotare quegli accordi. Oggi Oslo non esiste più».
Non esiste più perché? Per colpa di Israele?
«Il problema non è trovare un colpevole, ma sapere chi contro questi accordi si è messo. Non sono mancate responsabilità anche palestinesi, ma le responsabilità di Netanyahu e della destra israeliana sono indubbie».
Hamas si è appunto opposta agli accordi.
«Sì, ma è anche noto che furono proprio i servizi israeliani a rafforzare Hamas per indebolire l’Autorità palestinese. È stata una scelta profondamente sbagliata, le cui conseguenze si sono poi rivoltate contro Israele stesso. E comunque Abu Mazen non è Hamas».
Qual è allora, secondo lei, il punto fondamentale?
«Nessuno mi convincerà mai che la sola risposta possa essere una guerra senza fine. Hamas va combattuta con determinazione, ma nello stesso tempo bisogna costruire interlocutori palestinesi alternativi, rafforzando chi può rappresentare una prospettiva diversa e riaprendo uno spazio negoziale. Altrimenti il conflitto continuerà a riprodursi all’infinito. E non è detto che alla fine Israele ne esca vincitore».
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La risposta di Claudio Velardi all’intervista di Piero Fassino
Caro Piero,
sei una persona perbene e un amico vero di Israele: lo sei stato in anni in cui esserlo, a sinistra, costava qualcosa. E infatti l’intervista che oggi ci rilasci è ragionevole, misurata, in più punti condivisibile: la distinzione tra critica al governo e messa in discussione di Israele, il riconoscimento pieno delle sue esigenze di sicurezza, la definizione di Hamas come pericolo mortale da combattere con determinazione. Tutto giusto.
Il problema è che il manifesto dei riformisti del PD dice altro. E nell’intervista mancano — guarda caso — proprio i punti che rendono quel documento indifendibile. Manca la richiesta all’Unione europea di sospendere gli accordi di collaborazione con Israele: una misura che non colpirebbe Netanyahu ma il Paese intero, che la stessa opposizione israeliana respinge, e che regalerebbe al Likud l’argomento elettorale perfetto. Manca il lessico da comizio — “avventurismo suprematista”, “destra razzista” — che nell’intervista si stempera prudentemente in “limiti evidenti” e “scelte sbagliate”. Manca, insomma, tutto ciò che ho contestato del manifesto.
E c’è poi un passaggio dell’intervista che, da solo, smonta l’impianto del documento. Tu ammetti — con l’onestà che ti va sempre riconosciuta — che la prospettiva dei due popoli, due Stati è oggi “molto lontana”, e che te l’hanno detto gli stessi leader dell’opposizione israeliana: nemmeno chi critica duramente Netanyahu la ritiene una prospettiva immediata. Ecco il punto. Il manifesto costruisce l’intera sua architettura su un’opposizione israeliana pronta a consegnare uno Stato palestinese chiavi in mano il giorno dopo le elezioni. Tu, che quei leader li hai incontrati davvero, sai che non è così. E lo dici. Peccato che il manifesto dica il contrario.
Prendo atto con piacere che la tua intervista è assai migliore del manifesto dei riformisti del Pd. Ma allora la domanda resta, e anzi si rafforza: perché firmarlo? Se per difenderlo bisogna ometterne i passaggi chiave, forse il problema non è la mia lettura. È il testo.
Con amicizia, e con la stima di sempre.
Claudio Velardi
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