L'intervista
Riforma Rai, Rosso: “L’amministratore delegato non sarà più scelto dal Ministero. Report? Non c’è contraddittorio. Ranucci chiarisca i rapporti”
Roberto Rosso, senatore di Forza Italia, è componente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai e segue da vicino il dossier sulla riforma del servizio pubblico. Ieri ha presentato da relatore di maggioranza gli emendamenti per la attesa riforma della Rai: ultima votazione, la settimana prossima, del Parlamento prima della pausa estiva.
Senatore Rosso, Forza Italia ha presentato alcuni emendamenti sulla Rai. Si tratta di interventi puntuali o dell’inizio di una riforma più ampia?
«È una riforma organica. Non nasce da esigenze contingenti ma dall’obbligo di recepire l’European Media Freedom Act. L’obiettivo è rafforzare l’autonomia della Rai, ridefinendone la governance e adeguandola agli standard europei in materia di indipendenza del servizio pubblico».
Qual è il cambiamento più significativo?
«Il punto centrale riguarda la nomina dell’amministratore delegato. La nostra proposta, ormai condivisa dalla maggioranza, è sottrarre questa competenza al Ministero dell’Economia e affidarla direttamente al Consiglio di amministrazione. In questo modo saranno gli organi della Rai a scegliere chi governa operativamente l’azienda, rafforzandone l’autonomia».
Il Ministero dell’Economia manterrà comunque un ruolo?
«Sì, perché la Rai resta interamente pubblica. Il Ministero continuerà a designare due consiglieri su sette, esercitando quel controllo che compete all’azionista senza però incidere direttamente sulla gestione. È un equilibrio tra autonomia editoriale e responsabilità verso il patrimonio pubblico».
Tra gli emendamenti c’è anche la durata del Cda. Perché portarla da tre a quattro anni?
«Per una ragione molto semplice: consentire al Consiglio di realizzare davvero il proprio piano industriale. Tre anni sono troppo pochi per programmare e completare investimenti, innovazioni e strategie. Quattro anni garantiscono maggiore continuità».
C’è poi il tema delle risorse economiche. Che cosa cambia?
«Introduciamo un principio di stabilità. I finanziamenti pubblici destinati alla Rai non potranno essere ridotti durante il mandato del Cda. È una garanzia fondamentale perché nessuna azienda può lavorare serenamente se ogni anno vive nell’incertezza delle risorse disponibili. Questo non significa che non si possa, in linea teorica, abbassare il canone. Lo si potrà fare, ma a saldo invariato: il Tesoro, in quel caso, dovrà garantire alla Rai le stesse risorse attingendo ad altre fonti di finanziamento».
Su questi punti c’è accordo di maggioranza? E pensa sia possibile un’intesa con le opposizioni?
«La maggioranza ha votato i nostri emendamenti in modo compatto. Dalle opposizioni mi aspetto che possano chiedere interventi ancora più radicali, ma la direzione è quella indicata dall’Europa. Mi auguro che prevalga il merito e non la contrapposizione politica».
Che cosa contesta al programma Report?
«Non certo il diritto di fare inchieste, che considero sacrosanto, ma l’insufficiente applicazione del contraddittorio. Il giornalismo investigativo è fondamentale, ma chi viene accusato deve avere la possibilità concreta di replicare e difendersi. È una garanzia per tutti, non un favore alla politica. Ed è arrivato il momento di chiarire fino in fondo tutti i rapporti di Ranucci. Serve sapere chi eventualmente possa aver influenzato le inchieste del servizio pubblico, se sono state orientate da qualcuno o usate per secondi fini».
E cosa pensa della vicenda Ranucci-Lavitola?
«L’opaco rapporto tra Ranucci e Lavitola impone una riflessione sull’affidabilità di determinate fonti. Se quelle fonti sono state valorizzate senza le necessarie verifiche, il rischio è di compromettere non solo la credibilità di Report, ma anche l’autorevolezza dell’intera Rai».
Secondo lei Ranucci dovrebbe autosospendersi?
«Se in passato ad altri esponenti politici è stato suggerito di fare un passo indietro per tutelare l’istituzione che rappresentavano, allora lo stesso criterio dovrebbe valere per tutti. Sarebbe un gesto coerente con i principi che lui stesso ha spesso sostenuto».
Perché, a suo giudizio, la Commissione di Vigilanza si è improvvisamente sciolta nei giorni del sequestro dei telefoni di Lavitola?
«È difficile non notare una coincidenza temporale. Stavamo lavorando su dossier importanti. Pochissimi giorni prima di far saltare tutto, le opposizioni avevano rappresentato l’urgenza di riunirci per affrontare la tutela delle sedi storiche della Rai. Avevamo concordato un calendario di audizioni e di appuntamenti quando, nel volgere di appena due giorni, Barbara Floridia ha tirato il freno a mano su tutto. All’improvviso. Le dimissioni hanno impedito alla Commissione di fare il suo lavoro proprio nel momento in cui avrebbe potuto e dovuto esercitare pienamente, anche sulla vicenda Lavitola-Ranucci, la sua funzione di controllo».
Che Rai immagina nei prossimi anni?
«Una Rai che recuperi la propria missione culturale. Negli anni Sessanta e Settanta contribuì a unificare il Paese, diffondendo la lingua italiana, la cultura e la conoscenza anche oltre confine. Oggi dovrebbe tornare a investire di più nella formazione, nell’alfabetizzazione digitale e nella divulgazione, senza rinunciare all’intrattenimento e guardando con sapienza alla sfida dell’innovazione tecnologica. Ma attenzione: nel futuro conteranno più i contenuti che non i supporti che sono in continua evoluzione. Sarà la qualità editoriale, non il mezzo tecnico, a determinare il valore e l’impatto del servizio pubblico».
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