I Pm alla Rai: "Fare luce su eventuali ingerenze"
Caso Ranucci-Lavitola, dalla telefonata durante la perquisizione alle dimissioni in Vigilanza Rai: tutto quello che non torna
Gli investigatori stanno acquisendo informazioni sulla natura delle visite di Lavitola negli studi di Report in via Teulada
L’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci continua ad allargarsi. Non c’è più soltanto la ricostruzione della bomba piazzata sotto l’auto del conduttore di Report il 16 ottobre 2025 e l’ipotesi investigativa che individua in Valter Lavitola il presunto mandante dell’azione. La Direzione distrettuale antimafia di Roma sta ora concentrando l’attenzione sui rapporti che, negli anni, hanno legato l’imprenditore al giornalista. Secondo quanto emerge, gli investigatori vogliono accertare quante volte Lavitola sia stato fisicamente nella redazione di Report, per quali ragioni e con chi abbia avuto contatti.
Non si tratta di un dettaglio marginale: i pm considerano questo aspetto «di interesse investigativo» per comprendere il possibile movente dell’attentato. A fornire risposte potrebbero essere i tre telefoni cellulari e le due pen drive sequestrati il 4 luglio scorso durante la perquisizione nell’abitazione romana di Lavitola. Il sequestro è scattato mentre l’imprenditore stava lasciando l’Italia diretto in Camerun, dove si trova Gomes Tavares, ritenuto dagli inquirenti l’intermediario tra Lavitola e la banda di quattro uomini della provincia di Avellino accusata di avere materialmente eseguito l’attentato.
Non solo. La Procura sta analizzando anche il fitto susseguirsi di interviste e dichiarazioni pubbliche rilasciate da Lavitola negli ultimi giorni, per capire se si tratti di una normale strategia difensiva o se, invece, possano contenere messaggi destinati a qualcuno o addirittura elementi di depistaggio. Sul caso interviene anche la politica. Luciano Nobili, di Italia Viva, definisce «inquietante» l’ipotesi che il presunto mandante dell’attentato sia una persona così vicina a Ranucci, «grande amico e fonte di numerose inchieste di Report». Nobili pone una domanda destinata a pesare nel dibattito pubblico: «Perché Ranucci continua a difendere a spada tratta Lavitola?». Interviene anche il Ministro delle Imprese e Made in Italy, Adolfo Urso, che ha in carico la Rai. In una lettera inviata al Presidente del Senato Ignazio La Russa e al Presidente della Camera Lorenzo Fontana, il ministro Urso ha richiamato l’urgenza che sia ricostituita al più presto la Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, esigenza divenuta “ancora più importante” alla luce della vicenda dell’attentato al conduttore di Report e del “rischio di condizionamenti esterni nel giornalismo d’inchiesta”.
Per questo, ha evidenziato il ministro, è “urgente e improcrastinabile” che l’organo parlamentare vigilante sia messo nelle condizioni di adempiere pienamente ai propri compiti, così da presidiare e monitorare il contratto di servizio, con particolare riferimento a un’attività “cruciale per la qualità e l’indipendenza dell’informazione”, ma anche “delicata e complessa”.
Non si può non notare una sinistra coincidenza tra le dimissioni della Commissione di Vigilanza Rai, il 2 luglio, e la deflagrazione della bomba (stavolta mediatico-giudiziaria) Lavitola-Ranucci. Qualcuno sapeva in anticipo?
Le domande, a ben vedere, sarebbero tante. Ranucci, ribadendo di avere piena fiducia nella magistratura, appare improvvisamente scettico sugli sviluppi dell’inchiesta sul suo amico Lavitola. Sorge poi un interrogativo di semplice logica. Per quale altra ragione si dovrebbe collocare una bomba sotto l’automobile di un amico, se – come sostiene lo stesso Ranucci – non vi sarebbe stata alcuna volontà di nuocergli? Resta inoltre da chiarire se tra i due vi sia stato o meno un confronto nel merito delle inchieste di Report. Gli investigatori, sul punto, hanno ritenuto opportuno ascoltare il giornalista Daniele Autieri per chiedergli se alcuni materiali di Report siano nate su indicazione di Lavitola. Sarebbe interessante conoscere anche la risposta di Ranucci sul medesimo punto, davanti ai Pm. Infine, resta un episodio che merita un chiarimento: come è stato possibile che, durante il sequestro dei suoi telefoni, Lavitola riuscisse comunque a contattare Ranucci per avvertirlo che, qualora fosse stata ipotizzata una regia comune, anche lui avrebbe potuto essere indagato? Sono domande, non sentenze. Il garantismo impone di attendere gli esiti dell’inchiesta. Ma il giornalismo impone di formularle, soprattutto quando riguardano il volto più noto del programma d’inchiesta più importante del servizio pubblico. Per questo sarebbe utile che Ranucci rispondesse. Non per sé soltanto, ma anche per quella trasparenza che Report ha sempre chiesto agli altri.
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