Incontrai Valter Lavitola, ciarliero e affabulatore, nel suo ristorante romano “Cefalù”. Eravamo nel pomeriggio del 28 dicembre 2021. Lui fece arrivare due calici di Sauvignon. Io azionai il registratore: l’intervista che segue, però, è rimasta in gran parte inedita, sepolta per cinque anni. La registrazione di quella chiacchierata riemerge oggi, carica di riferimenti e di preconizzazioni: dalla dinamica delle amicizie contrastate alla forza misurata del suo amico camerunense, fino a quel suo ristorante come luogo d’incontro informale tra detentori di poteri diversi.

Cos’è davvero il suo ristorante?
«Un piccolo circolo di persone che sanno ancora leggere e scrivere».

Una risposta romantica, ma un po’ aleatoria. Chi frequenta davvero Cefalù?
«Succede tutto molto spontaneamente. Sono arrivati parlamentari, ex parlamentari, persone dei Cinque Stelle, di Fratelli d’Italia, professionisti, diplomatici. C’è perfino un ex capocentro della Cia. Tutto è nato quasi per caso: un parlamentare venne a portarmi della cacciagione, poi arrivarono altri amici e, il giovedì sera, a fine cena, ci si fermava a discutere di politica. Così, negli anni, si è formato questo piccolo circolo».

La politica è sempre stata la sua grande passione?
«Assolutamente sì. Ho iniziato a frequentare il Partito Socialista e Bettino Craxi quando avevo diciotto anni. Per chi, come me, sognava di fare politica, Craxi rappresentava il decisionismo, la visione internazionale, la capacità di guidare il Paese. Era un punto di riferimento».

Lei si definisce un uomo di destra o di sinistra? Ma poi, destra e sinistra esistono ancora?
«Di sinistra. Le categorie esistono ancora. La destra tende a conservare, la sinistra dovrebbe riformare. Poi oggi esistono anche esperienze trasversali, ma quelle due culture politiche non sono scomparse».

Dopo Craxi, il suo riferimento è diventato Silvio Berlusconi.
«Sì. In un certo senso fu un’eredità politica lasciatami proprio da Craxi. Il rapporto con lui ha attraversato fasi diverse, ma questo non cambia il giudizio che ho maturato su Berlusconi. Aveva una straordinaria capacità di aiutare gli altri. Se qualcuno stava male o aveva un problema serio, cercava sempre di intervenire. Mi è capitato personalmente di litigare duramente con lui e, nonostante questo, quando lo chiamai per chiedere aiuto a favore di un amico malato, mi rispose immediatamente. Era fatto così».

Lei dice di avergli voluto molto bene. Vale ancora oggi?
«Sì. Può esserci stato qualche torto, ma a una persona alla quale hai voluto davvero bene non riesci a fare del male. Mi viene in mente un amico camerunense, uno alto due metri, che a vederlo fa paura, che preferì perdere un’automobile – prestata e mai rivista – piuttosto che usare la forza contro una persona cui era affezionato. Ecco, io mi riconosco in quel modo di pensare».

Quanto conta, in politica, la rete delle relazioni personali?
«Conta molto. La politica è anche conoscenza delle persone e capacità di ascolto. Per questo luoghi informali come un ristorante possono diventare occasioni di confronto. Non si fanno trattative: si ragiona, ci si confronta, si leggono gli eventi».

Oggi pensa ancora di tornare nella politica attiva?
«No. Mi considero un osservatore. Sto seguendo con interesse un gruppo di ragazzi molto giovani, tra i quindici e i vent’anni, che mi hanno restituito entusiasmo. Per un periodo avevo perfino smesso di leggere i giornali. Oggi mi interessa capire come guardano al futuro le nuove generazioni».

Insomma, Cefalù è diventato, nel suo piccolo, un osservatorio privilegiato della politica italiana?
«Direi di sì. Non perché ci si faccia politica organizzata, ma perché qui si ritrovano persone diverse, con esperienze diverse, che discutono liberamente. Alla fine della serata ci si siede, si parla e spesso da quelle conversazioni emergono chiavi di lettura interessanti. È questo, probabilmente, il vero valore del ristorante».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.