La coppia del mistero Ranucci-Lavitola consegna agli italiani il più impensabile dei gialli dell’estate. La correlazione tra i due vive in quell’inestricabile mistura di sentimenti e risentimenti tipici delle affettività controverse e degli amori tossici. Colleghi? Anche. Confidenti? Di più. “In una relazione complicata”. La contraddizione in cui cade il conduttore Rai, quando parla del faccendiere, è tanto evidente da sembrare grottesca: «Ho piena fiducia nei magistrati, ma se anche fossero provate le accuse, so che Valter non avrebbe mai fatto niente per nuocermi».

Cosa significa, che la bomba a casa non gliela avrebbe messa per nuocergli?

Ranucci quando va nel pallone non si aiuta, con le parole. La post-produzione in cabina di montaggio, che taglia e cuce con efferata sapienza – tipica di Report – non funziona, nella realtà. Altrimenti avrebbe filtrato anche quel «Corrado di cui si parla nelle intercettazioni», che Ranucci nella ricostruzione del Fatto Quotidiano accosta a Marco Mancini. Quell’appellativo non risulta mai essere stato usato in ambito di intelligence. E l’ex capo del controspionaggio italiano ha dato mandato ai suoi avvocati di procedere a sua tutela. Il conduttore sembra in impasse. Se oggi andasse in onda Report, non potrebbe che occuparsi del confuso transfert tra Sigfrido Lavitola e Valter Ranucci. E per la Rai il problema, come si intuisce tra le righe di Paolo Corsini, si pone con impellenza.

Palazzo Chigi alle vongole

Il Lavitola ristoratore è un personaggio difficile da racchiudere in una definizione. Conosce la politica, conosce il potere. E vi si è accostato almeno tre volte. A partire da quando, dirigente dei giovani socialisti nei ruggenti anni Ottanta, studiava l’impronta da statista di Bettino Craxi. Al passaggio di un’epoca, con la Seconda Repubblica arrivò Silvio Berlusconi e Lavitola tentò di blandirlo, di proporsi come suo consigliere. E poi finì, come fece lo scorpione di Esopo con la rana, per pungerlo. Nonostante la stima, la simpatia, l’adulazione. Autentiche, ma non univoche: sempre a doppio taglio. Venne condannato per tentata estorsione, andò in prigione. Poco dopo esserne uscito, ecco l’imprinting con il conduttore di Report. Sigfrido Ranucci dipinto come leader in pectore. La nuova incarnazione del potere, secondo Lavitola. «Quando tu sarai presidente del Consiglio io sarò il tuo Gianni Letta», gli sussurra all’orecchio secondo una ricostruzione di Repubblica. Naturalmente, si aggiunge, «A capo del Campo largo».

Interessante. Anzi, interessantissimo. Anche se fosse solo la funambolica, lisergica – e infatuata – proiezione di Lavitola, questa prospettiva politica per Sigfrido Ranucci sarebbe eloquente. Perché rivela più di mille analisi quale sia lo spirito del tempo, tra cortocircuito mediatico-giudiziario e deriva vorticosa del populismo. Il potere va al circo mediatico. Un castigamatti televisivo come nuovo vate. Con la forza degli scandali, della tv gridata, della Pubblica accusa a manette rotanti quali argomenti per forzare la democrazia e instaurarvi, finalmente, il regime dei puri e duri. Sogni a occhi aperti tra un nero di seppia e una Falanghina, un calamaro alla griglia e per dessert, una bomba. Senza crema. Piccole eversioni tra amici. A proposito: ai progetti del sodale per Palazzo Chigi, Ranucci cosa rispondeva?

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.