Un’indagine non è una sentenza
Io sto con Adinolfi, forza Mario!
C’è un film di Marco Bellocchio del 1972 che si intitola “Sbatti il mostro in prima pagina“. Più di cinquant’anni dopo, il titolo conserva una forza quasi profetica. Perché cambiano i giornali, cambiano le televisioni, arrivano i social network, ma il rito resta sempre lo stesso. C’è una notizia. C’è un arresto. Ci sono accuse pesanti. Ci sono milioni di euro, beni di lusso, presunti rendimenti, scommesse, viaggi, orologi, lingotti. E poi c’è un nome. Mario Adinolfi. Da questa mattina è agli arresti domiciliari su richiesta della Procura di Roma. Le accuse sono gravi: truffa ed evasione fiscale. L’indagine riguarda la cosiddetta “Scommessa Collettiva”, un circuito attraverso il quale, secondo gli inquirenti, sarebbero stati raccolti fondi da privati ai quali venivano prospettati rendimenti elevati legati alle scommesse sportive. Gli viene contestata anche una presunta evasione da 400 mila euro, oltre all’esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio e all’abusivismo finanziario.
La Guardia di Finanza parla di oltre 4,7 milioni di euro raccolti nell’ultimo quinquennio e di somme che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero state destinate solo in parte alle scommesse sportive e, per il resto, anche a trasferimenti verso terzi e spese personali. È giusto raccontarlo. È doveroso raccontarlo. È giornalismo. E se Mario Adinolfi ha truffato delle persone, se ha tradito la fiducia di chi gli ha consegnato i propri soldi, se le accuse saranno dimostrate, allora dovrà risponderne fino in fondo. Senza sconti. Senza scorciatoie. Senza amicizie che possano trasformarsi in assoluzioni preventive. Ma io oggi voglio parlare di un’altra cosa. Perché oltre la dimensione giudiziaria esiste sempre una dimensione umana. Ed è quella che troppo spesso scompare nel momento esatto in cui un uomo diventa una notizia. Io Mario lo conosco. E chi conosce me sa anche che politicamente siamo quasi agli antipodi. Su molte delle sue battaglie, delle sue posizioni, delle sue idee, penso esattamente il contrario. Anzi, per dirla come la direi parlando con lui: penso che Mario dica una marea di cazzate. E sono abbastanza certo che lui pensi lo stesso di molte delle cose che dico io. Ma forse è proprio questo il punto.
Con Mario ci si può confrontare. Ci si può scontrare. Ci si può incazzare. Ci si può mandare a fanculo. Perché Mario è una di quelle persone che, nel bene e nel male, crede davvero in qualcosa. E io continuo a pensare che questo mondo abbia bisogno anche di persone così: persone scomode, divisive, spesso insopportabili, capaci di sostenere fino in fondo idee che io posso considerare completamente sbagliate. Preferisco ancora chi mi manda a fanculo perché crede davvero in qualcosa a chi mi sorride mentre cambia opinione a seconda della convenienza. Oggi, però, Mario Adinolfi rischia di non essere più Mario Adinolfi. Rischia di diventare soltanto “l’arrestato”. Il truffatore. L’evasore. Il mostro da sbattere in prima pagina. Ecco, io a questo gioco non partecipo. Non perché pensi che sia innocente. Non perché pensi che sia colpevole. Semplicemente perché non lo so. E perché in uno Stato di diritto dovrebbe essere ancora possibile pronunciare queste tre parole senza essere accusati di complicità: “non lo so“.
Non so se Mario abbia commesso i reati che gli vengono contestati. Non so quale sarà la sua difesa. Non so cosa emergerà dagli atti. Non so quale parte delle accuse resisterà al processo e quale no. So però che oggi c’è un’indagine. C’è una misura cautelare. Ci sono accuse gravissime. E c’è anche un uomo. Un uomo che ha una famiglia, degli affetti, degli amici. Un uomo che in queste ore sta vivendo uno dei momenti più difficili della propria esistenza. Ricordarlo non significa assolverlo. Avere umanità non significa ostacolare la giustizia. Essere vicini a una persona non significa approvare ciò che quella persona potrebbe aver fatto. Questa equivalenza è una delle più stupide e feroci del nostro tempo. Abbiamo costruito una società nella quale il garantismo vale soltanto per gli amici e la presunzione di colpevolezza soltanto per i nemici. Una società che aspetta la caduta di qualcuno per poter finalmente festeggiare. Che trasforma un arresto in uno spettacolo, un’indagine in una sentenza e una persona in un bersaglio. Io non voglio farne parte. Se Mario ha sbagliato, pagherà. E se ha truffato persone che si sono fidate di lui, quelle persone meritano verità, giustizia e ristoro. Su questo non può esserci alcuna ambiguità.
Ma Mario, anche in quel caso, resterà un essere umano. E oggi, prima ancora che i tribunali abbiano scritto una verità definitiva, io rivendico il diritto di essergli vicino. Non alle sue eventuali azioni. Non ai reati che gli vengono contestati. A lui. Perché è facile essere amici quando tutto va bene. È facile cercarsi quando ci sono telecamere, eventi, discussioni pubbliche, telefonate, progetti. Molto più difficile è restare umani quando arriva il momento in cui tutti si allontanano. Quando il telefono smette di squillare. Quando qualcuno cancella le fotografie. Quando altri improvvisamente “non lo conoscevano poi così bene”. Quando comincia la corsa a prendere le distanze. Io no. Io non cancello niente. Politicamente resto lontanissimo da Mario Adinolfi. Continuerò a pensare che su tante cose dica una marea di cazzate. Spero persino di poter tornare un giorno a dirglielo in faccia. E magari di sentirmi rispondere con uno dei suoi vaffanculo. Ma oggi sono vicino a Mario. All’uomo. Perché la giustizia deve fare il suo corso. Ma l’umanità non dovrebbe mai essere sospesa in attesa di giudizio. E mentre il mostro è già pronto per la prima pagina, io scelgo di ricordarmi della persona. Forza Mario.
© Riproduzione riservata







