L'editoriale
Il Pd torna alle radici, ma a modo suo
Nell’ossessiva rincorsa a riveder l’erba della sinistra dalla parte delle radici, il Pd, nei suoi principali esponenti, porta avanti – da quando è diretto da Elly Schlein – un’azione scientifica di demolizione di ogni, ancor minima, iniziativa riformista di cui è stato protagonista negli ultimi decenni. E nello stesso tempo sconfessa pubblicamente quei leader che “fecero l’impresa” ripudiata.
I casi dei referendum
I casi recenti sono tanti. Si pensi agli ultimi referendum. In quello sul lavoro schierandosi con la Cgil ha rischiato di regalare la Cisl al governo e ha sconfessato Matteo Renzi, nonostante il “giovane caudillo” scodinzolasse per rientrare nella casa comune; nel referendum sulla giustizia il Pd ha abiurato ogni propensione garantista, abbandonando, come cani in autostrada, fior di autorevoli riformisti del suo partito. Nessuno avrebbe mai pensato, però, che il Pd sarebbe tornato indietro di trent’anni, fino a rimettere in discussione l’iniziativa in politica economica del primo governo di Romano Prodi, che, ai tempi gloriosi dell’Ulivo, portò a termine lo smantellamento del sistema delle Partecipazioni statali, avviato nel 1992 dal primo governo Amato. Due esecutivi, costituiti in tempi e circostanze diverse, ma iscritti nell’albo d’oro della storia del Paese.
Il ritorno al passato con l’idea di Orlando
L’ultimo ritorno al passato in ordine di tempo è la proposta di Andrea Orlando di istituire un’Agenzia per le Partecipazioni pubbliche e un Consiglio della Strategia Industriale indipendente, riformare Invitalia e Cdp per renderle attuatori attivi della politica industriale, attivare una Conferenza permanente Stato-Regioni per il coordinamento territoriale e promuovere un partenariato pubblico-privato per definire congiuntamente priorità e investimenti strategici. La parola d’ordine è “re-industrializzare, lasciando perdere ciò che anche a sinistra abbiamo ascoltato in passato sull’economia senza industria e solo di servizi”. C’è aria di Gosplan. Per Lenin, il socialismo consisteva nei soviet e nell’elettrificazione. Nel progetto di Orlando ai soviet pensa Maurizio Landini, mentre per quanto riguarda l’energia, il Pd continua a girare al largo dal nucleare. En passant si sfiorano – esempi del declino – i casi di Stellantis e dell’ex-Ilva, come se i dem non sapessero che questi due “campioni” dell’industria nazionale sono le vittime di un’ideologia coltivata da una sinistra non in grado di resistere, specie in Puglia, ai talebani del green, da un lato; né di denunciare l’azione demolitoria della magistratura, dall’altro.
La politica industriale
È vero che il centrodestra non ha fatto nulla di meglio. Del resto, i più anziani ricorderanno certamente che la politica industriale era in auge durante gli anni della “solidarietà nazionale” (1976-1979) quando il Pci, dopo aver governato dall’opposizione, era entrato a far parte della maggioranza. In quel tempo furono varate diverse leggi che prevedevano il finanziamento delle politiche produttive purché finalizzate agli obiettivi virtuosi indicati dai piani delle istituzioni pubbliche. Allora il “Made in Italy”, oggi glorioso, era colpevolizzato dall’etica dell’austerità Enrico Berlinguer.
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