Fu un anno di sangue e gioia, il 1960 con quell’aria così tonda, nitida, da anno-design. Eppure fu un anno anche terribile, oltre che pieno di vittorie e stupore, perché senza quasi preavviso scoppiò una mezza guerra civile antifascista con molti morti e feriti, anche l’avvenimento più grandioso, indimenticabile e pacifico fu quello delle Olimpiadi di Roma con Giovanni Berruti (un ragazzino, un anno più grande di me) che prese l’oro sui duecento metri e il grande Cassius Clay (che poi scelse il nome islamico Mohamed Alì) che conquistò il titolo di campione del mondo nei pesi massimi. Da allora la boxe è stata messa al bando in Europa e pochi possono ricordare le emozioni televisive in bianco e nero del combattimento di un uomo contro un uomo.

Le Olimpiadi furono un evento fantastico, urbanistico, televisivo, di costruzioni gigantesche, quartieri interi che sorgevano per gli atleti – il Villaggio Olimpico – poi destinati a edilizia popolare. Ma fino all’inizio ufficiale dei giochi la città sembrava devastata da un terremoto di fango e invasioni aliene di macchinari scintillanti e giganteschi che ci davano la sensazione di essere primi al mondo nel trasformare una città antichissima in una Olimpiade per lo sport. Nacque così la “la Via Olimpica”, oggi tangenziale, che fece scoprire ai romani quanto si potesse correre su quella piccola autostrada che precorreva i raccordi anulari, con l’uso di due gallerie che erano state scavate per caso, un’iniziativa del ministro socialdemocratico Romita, per dar lavoro ai disoccupati messi senza avere idea di come avrebbero potuto essere utilizzate. E furono utilizzate. Ma mentre gli studenti soffrivano agli esami finali della maturità, giornali e telegiornali esplosero con titoli da guerra civile per i drammatici e inattesi “fatti di luglio” con scontri violentissimi fra operai, studenti e polizia che si conclusero col bilancio di una ventina di morti fra Reggio Emilia, Palermo, Genova e altre città italiane. Si trattò di una vera insurrezione, motivata da una mobilitazione antifascista per impedire che i neofascisti del Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante rientrassero nel gioco politico del governo e celebrassero il loro congresso nella città di Genova, medaglia d’oro della Resistenza.

Tutto scoppiò a giugno quando i portuali di Genova – i “camalli”- che usavano un grosso uncino di ferro come strumento di lavoro per scaricare le balle dalle navi, ma anche un’arma leggendaria durante i combattimenti per strada, si radunarono e decisero di impedire ai neofascisti del Msi di fare il loro congresso e scorrazzare a loro piacimento per la città. La guerra era davvero finita? Assolutamente no, secondo una parte del Partito comunista che, ad anni dalla fine della guerra seguiva ancora la linea dell’antifascismo militante, militare e pronto alle armi. Niente fascisti, niente allarme antifascista. Ma le cose andarono subito lontano; l’organizzazione dei portuali e del partito a Genova se ne infischia dei divieti della prefettura e raduna gli iscritti e gli ex partigiani che vengono caricati dalla polizia, come previsto. Il partito, o almeno larga parte di esso, ha deciso di rispondere ai divieti di legge con una mobilitazione che nessuno avrebbe potuto pensare di sciogliere e così fu.

La Genova rossa dei camalli, dei lavoratori puri e duri nell’unica città italiana in cui la Resistenza – guidata dal democristiano Paolo Emilio Taviani – ottenne la resa armata delle forze tedesche prima che gli americani arrivassero, dette alla capitale ligure un potere mai eguagliato da altre città. E la Genova rossa vince, La Cgil convoca i suoi iscritti, la Cisl lascia libertà di aderire, la Uil socialdemocratica è contro lo sciopero ma tutti sentono che la massa scesa in piazza non potrà esser respinta con la forza e così gli scontri si prolungano fino al 2 luglio quando il prefetto, cioè il ministero degli Interni, si arrende: il congresso del Msi che avrebbe dovuto celebrare il ritorno di un partito neofascista al centro, viene vietato. Ottenuta la vittoria il gruppo dirigente comunista della Cgil incassa la vittoria e da ordine di sospendere lo sciopero, cosa che fece autonomamente senza neanche dirlo ai socialisti.

Pietro Nenni che era stato anche uno dei grandi leader della Resistenza commentò: «Com’era facile prevedere, la vittoria antifascista di Genova viene usata dai comunisti in termini di frontismo, di ginnastica rivoluzionaria, di vittoria della piazza, tutto il bagaglio estremista che pagammo caro nel 1919». Poi disse ai suoi di avere provato la stessa sensazione di quando piombò la notizia-bomba che il Partito comunista aveva dato ordine di fucilare Mussolini, senza consultarsi con gli alleati. Anche quella volta Nenni aveva masticato amaro, si era infuriato e poi però aveva subito dettato il titolo d’apertura del giornale socialista Avanti!: “Giustizia è fatta”.

L’antefatto l’abbiamo accennato negli articoli precedenti: sedeva al Quirinale il presidente democristiano Giovanni Gronchi della sinistra Dc – un uomo che veniva dai popolari e che aveva combattuto la prima fase del fascismo e nel Quirinale era diventato famoso per la sua vita galante oltre che per un francobollo con la sua immagine stampata in un lezioso color rosa che fu prontamente ritirato dalla zecca dello Stato ma che diventò un carissimo pezzo per collezionisti: il famoso “Gronchi Rosa”. Gronchi aveva dato subito la sensazione di voler sdoganare i missini per poterli usare nel gioco parlamentare, tirandoli fuori dal cosiddetto “arco costituzionale” che li chiudeva in una sorta di ghetto da cui poi li tirò fuori Cossiga, il quale volle imporre come presidente del Consiglio incaricato e contro il parere del suo partito, un suo uomo, Fernando Tambroni che era anch’esso di sinistra – ricordo mio padre, un ingegnere conservatore, fuori dai gangheri per questa imposizione “di sinistra” del capo dello Stato – ma la Dc non voleva concedere al capo dello Stato un diritto che non gli competeva: quello di scegliere autonomamente il primo ministro, per lo più tra la cerchia dei suoi fidi, ignorando il partito democristiano con tutte le sue complicatissime regole e bilanciamenti interni.

A Giorgio Almirante non parve vero di poter tornare in prima linea giocando d’azzardo offrendo a Tambroni la copertura parlamentare per sostenere il governo se i democristiani avessero abbandonato Tambroni. L’effetto fu esplosivo: i neofascisti erano davvero rientrati nel gioco politico da protagonisti e per suggellare la promozione chiesero e ottennero l’impensabile: celebrare il loro congresso a Genova, la città più antifascista d’Italia. Almirante abilmente giocò sia la questione di principio – siamo tutti legittimi rappresentanti – che avrebbe dovuto consentire lo sdoganamento del Msi la cui sigla sintetizzava il nome di Mussolini e che aveva per simbolo il feretro del duce da cui usciva una macabra fiamma ardente. A Botteghe oscure Togliatti era preoccupatissimo perché la frazione di sinistra guidata da Secchia ed altri erano favorevoli a qualsiasi forma di pressione popolare che rimettesse in discussione la posizione internazionale dell’Italia.

Togliatti sapeva che questo doveva essere assolutamente evitato e che non avrebbe avuto neppure in caso di successo l’appoggio armato sovietico, così com’era successo nel 1947 quando una parte del partito comunista greco aveva deciso di insorgere per la conquista del potere ad Atene (assegnata all’Occidente) e Stalin non mosse un dito finché gli inglesi, occupanti in Grecia, non sterminarono gli insorti ridotti. Togliatti era stato spedito in fretta e furia da Stalin che lo fece svegliare dal numero uno del Comintern, Dimitrov, il quale trasmise ad “Ercoli” (nome di battaglia di Togliatti) l’ordine di tornare in Italia e far uscire il partito comunista dalla condizione di minuscolo partito militarizzato intransigente, per farne un partito aperto a tutte le alleanze, fino ai liberali, ai monarchici, certamente ai cattolici, purché uniti nel fronte antifascista.

Fu quella che poi Togliatti elaborò nella famosa “Svolta di Salerno” con un ampio respiro, ma che comunque significava che i comunisti italiani avrebbero mantenuto la loro posizione in Occidente senza cedere alle forti pulsioni rivoluzionarie. Quelli che poi vennero furono i “fatti di luglio”. E quest’uso della parola apparentemente neutrale “fatti” veniva usata quando si dovevano denominare eventi controversi ma violenti con scontri, morti, occupazioni militari come era avvenuto ini Ungheria e accadrà in Cecoslovacchia. A Roma io mi trovai con altri studenti a Porta San Paolo dove fummo caricati a sciabola piatta dalla cavalleria dei carabinieri guidati dai capitani D’Inzeo, campioni olimpionici di equitazione e posso giurare che una carica di cavalleria è qualcosa di terribile e perduto, potente e inarrestabile perché i cavalli non hanno freni e neanche gli uomini che li cavalcano e ricordo benissimo questi ufficiali che sembravano usciti dal Regno di Umberto primo, con il busto proteso in avanti e la lama scintillante, che lanciavano fra loro parole inaudibili, brevi, militari e l’’apertura a ventaglio dei destrieri puntava nella nostra direzione.

Noi fuggivamo come conigli davanti ai cani da caccia mentre quello squadrone di cavalleria cresceva di andatura per arrivare a noi come una forza invincibile per massa e velocità, preparata a travolgere, calpestare e se occorre ad uccidere. Niente a che fare con le camionette della Celere che per quanto brutali temevano i marciapiedi. Fu brutta e fantastica, fu terribile e incredibile. Indimenticabile, quei due fratelli e quell’odore dei cavalli, che avevamo perduto nella memoria.

L’otto novembre di quel 1960 gli americani elessero John Fitzgerald Kennedy, giovane e amato miliardario democratico cattolico (il primo presidente cattolico, il secondo credo sia Biden, se non ha cambiato per strada) dopo il primo celeberrimo duello televisivo con Richard Nixon, l’ex vice di Eisenhower che si batté bene, ma vinse il bello e nuovo Kennedy, anche se suo padre era un noto trafficante di alcool che aveva usato il suo ruolo di ambasciatore a Londra per questo commercio illegale con gli Stati Uniti e dove peraltro, essendo irlandese, tifò in un primo tempo per i tedeschi. Si disse anche, con parecchie prove, che l’elezione di John avvenne perchè suo fratello Robert, procuratore, accettò di dare tregua al capo del sindacato mafioso Tom Giancana, che offrì i voti operai in cambio del favore.

Ma allora nessuno conosceva questi ed altri dettagli. Il giovane Presidente sembrava perfetto e sarebbe entrato nella White House nel gennaio del 1961 per essere poi assassinato nel 1963 con un delitto di cui non si venne mai a capo. Era uscito anche un filmino divertentissimo con Peter Sellers che si chiamava Il ruggito del topo, e fu durante quel film al cinema Ritz che baciai la mia fidanzata, cosa che non era ancora così scontata. I fatti di luglio preoccuparono moltissimo gli alleati che videro l’Italia come un Paese in balia dei comunisti che prima avevano scatenato la protesta e poi l’avevano disciplinatamente riassorbita. Quanto era potente il Pci e quanto fragile il governo democratico?

Questa domanda cominciò a diventare nella Nato una questione di tremenda importanza che avrà molte conseguenze nel 1964. quando il mese di luglio rivelò altri fatti e altri pretesi o veri complotti. “La Dolce Vita” diventò subito un’espressione internazionale coma “paparazzi” usata da Fellini. Anita Ekberg (“Anitona” da allora per tutti i romani che la desideravano come una Venere e l’adoravano come una Madonna) faceva il bagno nella Fontana di Trevi, Marcello Mastroianni arrostiva nell’eros le adolescenti del tempo, accadeva anche che qualche intellettuale si suicidasse e che la vita apparisse di colpo tanto dolce quanto insensata, elegante e inutile, banale e lussuosa. Tutto il mondo guardava all’Italia come un Paese eternamente artistico, vagamente corrotto, terribilmente sexy. Malgrado tutto.

LA CRONOLOGIA DEGLI EVENTI DEL 1960

1° gennaio – Il Camerun proclama l’indipendenza. In Africa, nei mesi successivi sarà la volta anche di Senegal, Congo, Somalia (dall’Italia), Burkina Faso, Costa d’Avorio, Repubblica del Congo, Gabon, Nigeria e Mauritania.

3 febbraio – Esce nelle sale cinematografiche La dolce vita, uno dei capolavori di Fellini e tra i più celebri film della storia del cinema a livello mondiale. La Chiesa cattolica e la destra chiedono invano l’intervento della censura.

18 febbraio – A Squaw Valley in California iniziano gli VIII Giochi olimpici invernali.

29 febbraio – Un terremoto in Marocco uccide un terzo della popolazione di Agadir.

23 marzo – Antonio Segni si dimette da Presidente del Consiglio italiano.

8 aprile – Il nuovo Governo guidato da Fernando Tambroni ottiene la fiducia alla Camera dei deputati grazie ai voti della Dc, del MSI e di quattro ex deputati monarchici.

16 maggio – Il fisico statunitense Theodore Maiman inventa il primo laser.

22 maggio – Con magnitudo 9.5, si abbatte in Cile il terremoto più forte mai registrato. Il maremoto generato dalla scossa tellurica, oltre a distruggere tutti i villaggi lungo 800 km di costa, percorre 17.000 km e arriva fino in Giappone, dall’altra parte dell’Oceano Pacifico.

23 maggio – Il Governo israeliano annuncia l’avvenuta cattura in Argentina del criminale nazista Adolf Eichmann.

7 luglio – A Reggio Emilia durante gli scontri tra forze dell’ordine e lavoratori perdono la vita cinque operai. L’evento sarà noto come la Strage di Reggio Emilia.

10 luglio – L’Unione Sovietica si aggiudica la prima edizione del Campionato europeo di calcio, battendo in finale la Jugoslavia.

21 luglio – Nello Sri Lanka, Sirimavo Bandaranaike è eletta Primo ministro. È la prima donna al mondo a ricoprire tale carica.
20 agosto. Viene inaugurato a Fiumicino il nuovo aeroporto “Leonardo da Vinci”.

25 agosto – A Roma si aprono le XVII Olimpiadi. L’Italia grazie a 13 ori giungerà terza nel medagliere, alle spalle di Unione Sovietica e USA.

8 novembre – John Fitzgerald Kennedy vince le elezioni sconfiggendo il candidato repubblicano Richard Nixon e diventando così il 35° Presidente degli Stati Uniti.

13 novembre – Sammy Davis Jr. sposa May Britt. Il matrimonio tra l’artista di colore e l’attrice svedese desta scalpore, perché le unioni interrazziali sono all’epoca vietate in 31 dei 50 Stati degli USA.

25 novembre – Tre delle quattro sorelle Mirabal, attiviste politiche dominicane, vengono assassinate per ordine del dittatore Rafael Leónidas Trujillo. In loro memoria, questa data verrà ricordata come la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.