Fu a Roma che avvenne il fattaccio. O se preferite il fatto meraviglioso. A me, anche allora che uscivo dall’adolescenza selvaggia, sembrava un fatto enormemente burocratico: i grandi della Terra, con le loro rispettabili Signore, segretari, parrucchieri, team ed équipe, si calarono su Roma con ogni aereo, treno di lusso e limousine e il 25 marzo del 1957 fondarono l’Europa. Attenzione: non gli “Stati Uniti d’Europa” come allora tutti speravamo, ma un’altra cosa, più pratica, di tono minore, senza tanti mescolamenti perché moglie e buoi meglio se dei paesi tuoi. Sempre Europa era, ma così doganale da sembrare dozzinale, tutta d’acciaio e carbone da non sapere dove parcheggiarla, con il suo possente reparto economico che trascinava un treno di casseforti su rotelle, e poi l’energia atomica.

Ma ci crederete? C’era, con l’Europa, l’Euratom, cioè la forza atomica energetica europea. Non sto a rifare tutta la storia (per adesso) dei referendum che cancellarono la possibilità dell’energia nucleare dal suolo italiano, ma ogni volta che accendo la luce non dimentico che l’energia nella mia lampadina viene dalle centrali nucleari francesi e che alla Francia io come tutti pago la carissima bolletta e quanto ai rischi che possa accadere una sciagura alle centrali francesi, condividiamo anche quel privilegio: di beccarci sia la bolletta alta che il possibile rischio. Come è potuto accadere? Un sussurro, ma non dire nulla intorno a voi, political correctness: le centrali nucleari sono brutte e cattive, tutti gli altri ce l’hanno e noi no perché siamo furbi.

Allora l’Europa che vedevamo nascere nel 1957 non emozionava, non aveva ancora una moneta (la più quotata era lo “Scudo”) né bandiere, non aveva un’anima ma dovevamo tutti battere insieme le manine perché si stava realizzando davvero un grande miracolo: Germania, Francia, Benelux, Italia e Austria erano state finalmente denudate, legate e messe nello stesso sacco. Almeno in apparenza. In realtà, Francia e Germania si assumevano la leadership dell’Europa e gli altri sudditi avrebbero fatto finta di essere pari. Già si vedeva e sapeva. Ragion per cui quando si parlava d’Inghilterra, tutti scuotevano la testa: ma figurati, gli inglesi in Europa. Specialmente le prime due, per scongiurare la prossima guerra. Era una scemenza. La Storia non si ripete mai specialmente sotto forma di farsa e a garantire la pace non sarebbe stata l’Unione Europea ma l’arsenale atomico di Usa e Urss, più i sub-arsenali di Francia, Gran Bretagna e Israele, India e poi Cina. Farsi la guerra alla vecchia maniera? Improbabile: se tu mi ammazzi, io prima di morire spingo il bottone rosso e da un sottomarino sotto il Polo Nord e faccio partire un missile che ti farà sparire dal pianeta Terra.

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo punto ingiustamente trascurato: da che mondo è mondo, gli uomini si sono solo fatti guerre in tutte le generazioni e luoghi. Ci fu una breve pax Romana, ma durò poco. Ciò che durò fu l’intervallo fra la guerra franco prussiana del 1870 alla quale dobbiamo la cattura della Roma papale da parte dell’Italia sabauda, e i colpi di pistola di Sarajevo che innescarono la vera unica guerra mondiale, il cui seguito dal 1939 non fu che la prosecuzione con conseguenze che esposero la malvagità umana oltre i limiti conosciuti. C’era stata dunque la Belle époque, con il can-can, i pittori, le automobili, qualche guerricciola coloniale con periferici bagni di sangue solo indigeno, ma i caffè di Londra, Parigi, Berlino, Vienna, Roma, Zurigo e Madrid avevano seguitato a servire sontuosi caffè. A Mosca meno, perché Lenin ci insegnò che le rivoluzioni non sono dei pranzi di gala e poi tutto finì nel sangue, nel disonore, nelle uova già dischiuse di guerra fredda, ma pronta a diventare calda.

Il gruppo di Altiero Spinelli e dei suoi patriottici sodali a Ventotene aveva lanciato il manifesto ideale degli Stati Uniti d’Europa e tutti avevano sognato questo giorno magnifico in cui francesi, inglesi, tedeschi, italiani, spagnoli, danesi e norvegesi senza trascurare olandesi e austriaci, si sarebbero abbracciati nelle varie lingue dando vita a una federazione come quella americana che unisce cinquanta Stati sovrani.  Nulla di tutto questo. I sacri Trattati di Roma, da allora invocati ed evocati come le leggi che Abramo ricevette da Dio in persona, erano montagne di carte, allegati, traduzioni in dodici lingue e insomma l’idea di base era ancora quella di una zona di libero scambio senza dogane che permettesse ad un gruppo di Paesi ricchi di compensarsi a vicenda per le perdite di denaro alle frontiere e una certa velocità nel trovare soluzioni condivise.

Non molto più di questo Sottinteso: così, almeno, Francia e Germania la pianteranno di farsi la guerra. Infatti, Francia e Germania si dichiararono impero carolingio redivivo, la Germania che ne aveva combinate troppe fu caricata di tutti i sensi di colpa di tutti gli altri e invitata a non farsi più un esercito, cosa che Konrad Adenauer prese bene: noi tedeschi dobbiamo smetterla di usare le armi per conquistare ciò che possiamo ottenere attraverso la nostra economia a rullo compressore. Era nato dunque un mercato comune senza dazi e molte sagge istituzioni che accantonavano dentro per coloro che si fossero trovati in stato di necessità. Cambiare bandiera? Ma quando mai. Di qui a un anno la Francia, spappolata dalle termiti della quarta repubblica, sarebbe crollata in ginocchio per andare in pellegrinaggio a Colombay Les Deux Eglises per supplicare le general Charles de Gaulle, eroe della Resistenza non solo ai tedeschi ma anche agli americani, francesi e anglofoni in generale, di prendere le redini de la République. Ma nel 1957 quella crisi non era ancora matura e la Francia stava al gioco. L’Italia era una potenza energetica, nucleare e petroliera, le sue aziende andavano come treni, la Fiat si era impossessata della fabbrica francese Seat che costruiva su licenza le nostre Seicento e Cinquecento.

Gli americani erano un po’ contenti ma anche un po’ rosi dall’invidia perché l’America ha tutti i motivi per temere l’Europa e già allora a Washington Adlai Stevenson disse che alla fine la terza guerra mondiale l’aveva vinta la Germania che avrebbe avuto lo stesso bottino che cercava Hitler, ma senza sparare un colpo. In Italia intanto si era stabilito, senza tanto fracasso ma soltanto con qualche acceso discorso, che il nostro Paese avrebbe fatto tesoro del più importante partito comunista occidentale in eccellenti rapporti con l’Unione Sovietica, per un trattamento commerciale di riguardo con il gigante russo, le cui commissioni sarebbero state automaticamente riconosciute al Pci. In cambio, il Pci prometteva di lasciar dormire sepolte e ben oliate le armi conquistate durante la Resistenza, scoraggiando qualsiasi eventuale colpo di mano di frange estremiste. Togliatti in questo senso aveva già dato prova di saggezza quando, malamente ferito in un attentato, aveva fatto di tutto per placare gli animi e spegnere le tentazioni insurrezionali.

Il Pci non poteva formalmente approvare l’Unione Europea perché a Mosca quel rilancio della Germania economica non piaceva, seguendo l’eterno filo paranoico secondo cui qualsiasi rafforzamento europeo si sarebbe tradotto in aggressione contro l’Urss. L’Unione Sovietica, così come aveva risposto alla Nato occidentale creando il Patto di Varsavia, con un criterio simile avrebbe rafforzato il già esistente Comecon per confederare le risorse dei paesi satelliti con quelle della casa madre. I comunisti italiani non condividevano granché, circolavano molte tesi eretiche di valutazione positiva, ma per il momento dovevano esprimere sdegno e disprezzo per il trattato di Roma. Il mio adorato professore di filosofia, comunistissimo e anche ragionevolissimo, ci spiegò che questa comunità europea altro non era che la riedizione dello Zollverein fra Paesi di lingua tedesca per una unione doganale poi fallita. Nessuno avrebbe potuto immaginare una cosa come la Brexit, o l’Euro, o “andare a battere i pugni a Bruxelles”. Allora si firmarono ben due Trattati e i soci fondatori erano soltanto Francia Germania Belgio Germania (Ovest) e Italia. Questo per la parte politica: economicamente veniva al mondo anche il gemello dell’Unione e cioè la Cee, comunità economica europea.

I nostri Padri della patria firmatari erano Antonio Segni capo del governo con il suo ministro degli esteri il liberale Gaetano de Martino. Per il Belgio c’era il volitivo e ben pasciuto Paul-Henri Spaak, padre della ben più amata Catherine Spaak. Konrad Adenauer, il cancelliere tedesco era l’uomo più ossuto e magro e alto del mondo e i suoi zigomi con la sua fronte infossavano gli occhi che sembravano avere uno sguardo inclemente. Belle ragazze che sembravano disegnate da Disney indossarono gonne lunghe multicolori con le bandiere degli Stati e quello fu l’unico aperto riconoscimento alle donne in uno scenario di tavolate chilometriche con decine di camerieri, salviette, calici, brindisi, affreschi, discorsi formali e informali, deposizioni di corone all’altare della Patria e insomma un’orgia di formalità senza molto senso dell’umorismo, che però avevano una forma e una ragione. Significavano non solo che la guerra era finita ormai da più di un decennio, ma che l’Europa distrutta dai combattimenti e ricostruita col piano Marshall era di nuovo competitiva, in prima linea, con questa novità assoluta dei francesi e dei tedeschi che si tenevano per mano dopo essersene date per settantacinque anni, salvo la pausa della Belle époque.

Ma nel 1957 un altro grande attore internazionale prese nuove forme e ne parleremo nel prossimo articolo: la mafia. Non Cosa Nostra, ma la grande organizzazione transatlantica che aveva dettato e seguitava a dettare condizioni in America e in Italia. Erano i tempi in cui don Vito Genovese, “il Padrino” diventa il capo della mafia americana. Joe Valachi, racconterà più tardi che le famiglie che contavano nel 1957 erano quelle di don Vito Genovese, Gaetano Lucchese, Giuseppe Magliocco, Joseph Bonanno (alias Joe Bonanno, o Joe Bananas o Joe Bonanni) padrino di Joe Valachi di Castellammare del Golfo e dei Gambino al cui capo, Albert Anastasia fu tagliata la gola sulla poltrona del barbiere come risultato della sentenza decretata dalle famiglie riunite nel summit di Palermo all’Hotel et des Palmes. Grande storia.

(1 – continua)

LA CRONOLOGIA DEGLI EVENTI DEL 1957

17 gennaio – Cuba: i barbudos castristi attaccano una guarnigione di polizia nella Sierra Maestra. È la prima vittoria militare della guerriglia che poi sconfiggerà Batista

6 febbraio – Italia: al congresso del Partito Socialista Italiano, il segretario Pietro Nenni annuncia l’avvicinamento al Psdi di Giuseppe Saragat e la fine della collaborazione con il Pci di Palmiro Togliatti

6 marzo – il Ghana è il primo stato dell’Africa occidentale ad ottenere l’indipendenza

25 marzo – Sei paesi europei firmano il Trattato di Roma, istitutivo delle Comunità economica europea (Cee) e Comunità europea dell’energia atomica (Euratom): Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo
Giugno – Urss: fallisce il tentativo di destituire il segretario del Pcus Nikita Kruscev.
Egitto: l’Unione Sovietica invia sommergibili nel Canale di Suez

4 luglio – Italia: esordisce sul mercato automobilistico la Fiat 500

25 luglio – Tunisia: abolizione della monarchia e proclamazione della Repubblica. Habib Bourguiba diventa il primo Presidente della Repubblica

12 settembre – Enrico Mattei conclude con lo scià Mohammad Reza Pahlavi un accordo per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iraniani

24 settembre – Little Rock, Arkansas: una folla di cittadini respinge nove bambini neri da una scuola pubblica. Il presidente Eisenhower invia mille paracadutisti sul posto per far rispettare la legge

24 settembre – Algeria: truppe francesi catturano Saadi Yacef, uno dei leader del Front de Libération Nationale

25 ottobre – New York: Albert Anastasia, gangster italoamericano, viene assassinato mentre è seduto sulla poltrona del barbiere. La decisione è stata presa a Palermo in una storica riunione mafiosa all’hotel et des palmes

3 novembre – Unione Sovietica: lancio nello spazio dello Sputnik 2, con a bordo la cagnetta Laika, che muore 7 ore dopo il lancio

19 dicembre – La Nato decide di installare basi missilistiche in Europa

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.