Il 1950 lo ricordo per un fiasco. Un fiasco tutto di vetro, senza la paglia esterna, perché era di vetro anche quella. Sul collo del fiasco c’erano in rilievo quattro basiliche. Credo fosse l’anno mariano, o il giubileo, qualcosa di molto importante. Avevo dieci anni. E fu quell’anno in cui mia madre e sua madre, mia nonna Amelia dai capelli rossi come i miei (e di mio padre), mi avvisarono con tono grave e ufficiale che non potevo più essere considerato un bambino, ma un “fanciullo”. Propri così dissero: fanciullo. Parola che nel frattempo è morta. Godi fanciullo, stagion lieta è codesta. O i due fanciulli del Pascoli che se le davano di santa ragione nella pace d’oro dell’ombroso parco con “parole grandi più di loro”.

Era l’anno di tante cose, la più terribile fu l’inizio della guerra di Corea che tutti percepirono come il ritorno della Seconda guerra mondiale. Ma colgo l’occasione per dare un’idea di che mondo fosse, perché ho imparato da anziano che se non ci capisce il contesto, non si capisce niente.

I bambini erano per la metà figli di contadini con i pidocchi i capelli rasato, le orecchie a sventola e gli occhi bassi per rispetto verso i signori. Tuttavia nel 1950 ci furono sommosse contadine in Calabria per l’occupazione delle terre.

Voi non avete idea delle sommosse contadine e per l’occupazione delle terre. I signori calabresi, in genere baroni, se la godevano a Napoli come intellettuali campando di rendita per gli sterminati ettari di sterpaglie da cui il contado doveva tirar fuori pane e companatico per sé e i baroni con villa sopra Posillipo. C’erano i contadini in rivolta e la polizia che interveniva con le camionette.

L’ultima volta nel Lazio, ero presente qualche anno dopo, quando vidi uno squadrone di carabinieri a cavallo caricare a sciabola piatta i contadini che avevano occupato le terre incolte. Non ci scapparono morti, ma era un’altra Italia oggi estinta.

E l’Italia del 1950 era cattolicissima, ateissima, comunistissima, tutto col superlativo. C’erano molti fascistissimi che si sentivano ancora in divisa e a scuola i compagni di classe figli di un padre soldato o ufficiale facevano il saluto al duce e poi si accapigliavano con quelli che cantavano bandiera rossa. Baffone – Josep Stalin – era ancora il più grande santo di tutte le icone e mezzo Paese contava sul suo avvento, una specie di santa invasione come quella di Mehemet Alì che invase Costantinopoli e tagliò la testa a tutti i cristiani che si erano rifugiati in Santa Sofia. Lo aspettavano a piazza San Pietro dove i cosacchi avrebbero – sceondo la vulgata più accreditata – fatto abbeverare i cavalli nelle fontane del colonnato del Bernini.
Ancora non si cantava Bella Ciao, ma solo Bandiera Rossa e L’inno dei lavoratori che diceva: su fratelli, su compagni, accorrete in fitta schiera, sulla libera bandiera splende il sol dell’avvenir.

C’era una meravigliosa iconografia. La chiesa era tutta in latino, incenso, e apparivano ovunque le Madonne e tutti si davano la voce che c’era un a nuova Madonna alle quattro fontane e tutti andavano di notte coi fari e la vedevano piangere ma poi non risultava sulle fotografie.

Mi capitavano degli arruolamenti per servire messa e seguire il baldacchino del Santissimo a San Carlo ai Catinari, che è una chiesa con la più grande collezione di teschi in marmo scolpiti ovunque e dovevi stare attento a dove mettevi i piedi cantando oremus domine non sum dignus orate fratres ideo precor beatam Mariam semper virginem e si andava così con un latino pasticcione e popolaresco che tutti recitavano, anche gli atei e i comunisti perché le iconografie erano vitali tutte, con enormi falci e martello, i rimasugli fascisti, le croci e le madonne.

A scuola ci sommergevano di versi di Giovani Pascoli e Giosuè Carducci. Tutto a memoria. Mia madre, seriamente, per il mio compleanno e pensando di riempire un vuoto nella mia cultura e nella sua biblioteca, mi regalò in edizione di pelle e oro zecchino, le “Prose” di Carducci di cui non fregava niente a nessuno, quando invece avevo supplicato di avere un piccolo canotto gonfiabile per il mare. Non esistevano le pinne e ancora neppure la maschera col boccaglio, di cui giravano i primi esemplari fra le scorte dei soldati americani, gomma nera, vetro pesante, tubo di rame e tappo di sughero chiodato.

D’altra parte, nel loro conservatorismo i miei mi mandavano in giro – unico e solo – con i pantaloni alla zuava (stretti alla caviglia) perché non avevo ancora l’età adulta del pantalone lungo e nei boyscout chiesero a lungo perché non fosse ripristinata la mantella blu dei tempi della Prima guerra mondiale.

La mia maestra delle elementari, che ho già citato e che era una fascistona patriottica rossa anche lei e che fu la maestra anche di Alberto Ronchey con cui poi ce la litigammo nelle memorie, un giorno venne in classe tutta impettita, ci disse di aprire i quaderni, salì sulla cattedra e illuminata dal sole della finestra che dava sul Panteon, annunciò come se avessimo vinto una guerra: “Oggi le Nazioni Unite hanno affidato all’Italia un mandato speciale per l’amministrazione dell’ex colonia della Somalia”. Prendemmo nota con la penna di legno laccato e il pennino cambiabile che si ripuliva con lo straccetto e si intingeva nel calamaio in un buco del pesantissimo banco di quercia massiccia.

L’anno prima i miei mi avevano portato a visitare Londra, viaggio in treno, ed ero rimasto sbalordito dal fatto che gli inglesi, che avevano vinto la guerra contro di noi, erano poverissimi dietro le trincee di sacchetti di sabbia, le donne guidavano il tram e per colazione ti davano le aringhe che, con mia sorpresa, trovai adorabili. Da noi si mangiava a quattro palmenti e ci era andata di lusso.

Il bandito Salvatore Giuliano, che aspirava sui lavoratori a Portella della Ginestra con la mitragliatrice convinto di servire alti poteri anticomunisti e di potersi far accettare dagli americani, viene fatto fuori a Castelvetrano dal cognato Gaspare Pisciotta e la sua morte è sceneggiata in modo da sembrare l’esito di un conflitto a fuoco con i carabinieri.

Cesare Pavese, poeta e scrittore comunista, l’uomo di un Piemonte immerso in virtuoso silenzio protetto dal mare d’acqua, si uccide con i barbiturici e tutti si chiedono quanto ci sia di politico e quanto di personal eo di ideologico.

Dall’America arrivava mensilmente la rivista Selezione dal Reader’s Digest, uno dei più formidabili strumenti di propaganda editoriale che penetra nella società italiana con storie che costruiscono nei lettori una disposizione nostalgica verso l’American way of life, così come faranno i fumetti di Disney firmati da Barker, senza contare il successo mondiale del cartone animato Cenerentola che riprende la lunga interruzione dal primo cartone a colori “Biancaneve” del 1937 di cui notoriamente era pazzo Adolf Hitler.

Dall’America arrivavano i primi ritmi di un genere di musica evoluta dal boogie-boogie che poi sarà il Rock’n Roll, ancora in uno stato primitivo, elaborato dalle truppe sui fronti di guerra europei.
La guerra di Corea, che non è ancora stata chiusa, fu un evento tremendo.

Pochi erano persino al corrente dell’esistenza della Corea, così come più o meno tutti ignorarono l’esistenza della colonia francese del Vietnam che era già in grande agitazione indipendentista. La Corea era stata tagliata in due sul 38mo parallelo in attesa di elezioni generali ma il governo Nord, sotto gestione comunista filocinese, ruppe l’accordo e invase il Sud. Gli Stati Uniti promossero una coalizione dell’Onu guidata da loro con il leggendario generale McArthur che fumava una pipa di canna di mais, il quale riconquistò il Nord ma si trovò contro l’esercito popolare della neonata Cina comunista di Mao Zedong. Fu una guerra atroce e trermenda che l’America non vinse e nella quale morirono non meno di due milioni di soldati, prevalentemente cinesi. Il generale americano chiese il permesso alla Casa Bianca di usare l’atomica e conquistare Pechino., e fu licenziato in tronco.

Nel frattempo, il generalissimo Chang Kai-shek, battuto dai comunisti, si imbarcò con tutta la sua armata per Taiwan che conservava il nome coloniale di Formosa, dove costituì una repubblica cinese anticomunista che ancora esiste e che Pechino o rivendica in queste ore come parte integrante della Cina. Lo fa sulla base degli accordi presi con gli americani nel 1978 dopo la rappacificazione avviata dal presidente Nixon con Mao, per mettere i bastoni fra le ruote dell’Unione Sovietica. Avevano tutti una paura dannata della bomba atomica e le dispense si riempivano di scatolette di carne e piselli. In compenso la gente si appassionava ai grandi processi criminali con le paginate sui giornali quotidiani. Il primo fu quello a Rina Fort, accusata di aver soppresso la moglie e i tre figli del suo amante. Un processone in cui furono pronunciate le più ottuse bestialità sulle donne e che comunque si concluse con un ergastolo per l’assassina.

La guerra fredda conobbe un nuovo giro di vite: gli Stati Uniti inaugurarono ufficialmente la stagione che prende nome dal senatore Joseph McCarthy della Virginia, secondo il quale l’intera amministrazione statale è infiltrata dai comunisti, che agiscono come se fossero veri americani, ma che in realtà sono la quintessenza del non-americanismo. Bisogna ricordare che in America esiste l’aggettivo unamerican che non vuol dire antiamericano, ma semplicemente non americano. Ciò che suona falso come americano. Escono film su alieni che sembrano perfettamente umani (e americani) ma che hanno un microchip dietro la nuca che li fa agire secondo gli ordini di un mondo che vuole conquistare la Terra e che probabilmente ha la sua centrale a Mosca.
Comiunciano i processi contro la maggior parte della gente del cinema e della letteratura, tutta più o meno di sinistra e che aveva vissuto la Seconda guerra mondiale anche come una crociata contro il nazifascismo sentendosi legittimamente alleata con l’Unione Sovietica. Tutti erano stato d’accordo nel deporre un pietoso velo sulla prima alleanza fra Hitler e Stalin dal settembre del 1939 al giugno del 1941, ma il comune sentire era ancora fortemente incline a vedere nella Russia sovietica un grande alleato, che stava trasformandosi in un nemico da arginare e forse da combattere con le armi.

Tutti i comics, i réportage giornalistici e una parte del cinema si dedicarono alle malvagità che emergevano dai numerosi orrori che accadevano oltre la “Cortina di ferro” fra i paesi “satelliti” e l’Unione Sovietica. Questa nuova guerra raggiunse rapidamente punte di furore isterico, simmetrico a quello della controparte filosovietica anche in campi apparentemente neutrali come l’arte, la letteratura e l’urbanistica. I

Il nostro era un Paese cattolico e madonnaro strutturato sulle sezioni territoriali della Democrazia Cristiana, del partito socialista, di quello comunista, le stazioni dei carabinieri e le parrocchie, come nei racconti di Don Camillo di Peppino Guareschi.

L’Italia di destra e di sinistra erano riunite in una comune diffidenza verso gli americani perché era chiarissimo che costoro non portavano soltanto pancake, popcorn, coccola, dentifrici, caramelle col buco e vitamine. Gli americani portavano una irresistibile ventata di libertà sessuale, di franchezza sessuale, sempre più esplicita e totalmente estranea alle tradizioni di un Paese come l’Italia che in materia di sesso era ancora totalmente bigotto.

La resistenza all’innocente ed esplicito libertinaggio degli americani trovava un fronte curiosamente unito fra estrema destra ed estrema sinistra in Italia, dove Fanfani imponeva alle ballerine della Rai di indossare sulle gambe dei monacali “body” grigi.

(5/CONTINUA)

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.