Per me (ma sono fatti miei, e però fatti che ancora mi segnano) il 1952 fu un anno terribile perché morì in casa la mia amata nonna Amelia, rossa come me, vedova di un giornalista assassinato, una combattente di ferro che amavo in modo incontenibile. Quando fu chiaro che stava morendo di cancro ai polmoni, lei che non aveva mai fumato, io lavorai con martelli e seghe per crearle un letto confortevole, con molti cuscini, posizioni, basi per bicchieri, e un bicchiere da usare come campana da far tintinnare. Poi, approssimandosi la sua morte non ebbi più la forza di guardarla e l’abbandonai.

In un ultimo sospiro mi disse “Da te non me lo sarei mai aspettato” e io fuggii a Villa Borghese dove capitanavo una banda di ragazzini in guerra con altri ragazzini e il giorno della sua morte, quando tutte le rondini di Roma si levarono in un urlo nel momento finale, io rimasi stordito e non mi accorsi che la banda di Nasone aveva preparato un’imboscata dietro le palme dell’Orologio ad acqua, così persi la guerra e tornai a casa dove avevano spruzzato del cloroformio per preservare il cadavere di Amelia finché non la impacchettarono e portarono via. Tutto ciò è davvero personalissimo e non interessante, ma ognuno ha le sue giornate e i suoi anniversari, accadde sessantotto anni fa. Amelia, dopo la morte seguitò per qualche tempo a far tintinnare il suo bicchiere costringendomi a correre al suo letto smontato e apprezzai i suoi segnali, benché non creda a queste cose: in famiglia si decise tacitamente di non farne mai menzione per nessun motivo.

Era dunque il 1952 e due furono i fatti oltre i fatti: una ragazzina adorabile diventò regina d’Inghilterra e la televisione cominciò a trasmettere il Telegiornale col mappamondo e una sigla che faceva parapappà-parapapà. Se non l’avete mai vista com’era, andate sui documentari per rendervi conto com’era fatta la ragazzina Elisabetta, a cui volavano le vesti come a Marylin, con la sorella Margaret, mentre fanno impazzire i marinai sulla tolda della nave da guerra che nel 1946 aveva portato la famiglia reale al lungo viaggio di ringraziamento in Africa. Questo ringraziamento dei reali era per tutto l’impero che aveva combattuto con tutti i colori della pelle e dei costumi, delle uniformi e i turbanti, i costumi e le insegne, nella Seconda guerra mondiale. Oggi non ne abbiamo più memoria: guardiamo l’Inghilterra e pensiamo alla Brexit, a Boris Johnson che si becca il Covid come Briatore e ai ragazzi nei pub. Ma, sapete, c’era una volta un impero. Lo dico perché lo ricordo: prendete un mappamondo e provare a immaginare che cosa fosse l’impero britannico che Churchill pronunciava – come ogni buon conservatore – “thi Empaaahh”.

L’impero andava dal Canada ai Caraibi, dall’Egitto al Sud Africa, all’India col Pakistan, dall’Australia alla Nuova Zelanda, quelle terre che oggi fanno parte dei “Fine Eyes” i cinque occhi, che comprendono gli Stati Uniti, ma non il Sudafrica. Re Giorgio, il vecchio Bernie che aveva sempre balbettato (“The King’s Speech”, se ricordate il film) e che era stato costretto a fare il re al posto del fratello amato dalle folle, che volle sposare la divorziata americana Wally Simpson e che poi andò a fare la corte ad Hitler a Berlino, tanto che Hitler contava di rimetterlo un giorno di nuovo sul trono. Elizabeth era una ragazzina ciclista e volenterosa e si era innamorata di quello strafico greco che è il principe Filippo (per accudire il quale ha deciso di non esercitare quasi più i suoi uffici regali) sul quale gravava però l’ipoteca del Duca di Mountbatten, il king maker che finì sbriciolato sulla sua barca da una bomba islandese negli anni Settanta.

Quando il re morì, Elisabetta viveva felice a Malta con suo marito Filippo, di cui era pazza, e lui faceva la carriera militare nella Royal Navy. La morte del padre era prematura e fece saltare tutti i piani: Filippo dovette lasciare la carriera e trasformarsi in una specie di cameriere consorte; lei smise di correre in bicicletta o guidare da scavezzacollo la sua jeep a Malta e tornò a fare la regina di una Piccola Bretagna che non era più l’impero più grande del mondo. Era successo all’Inghilterra qualcosa di simile a quel che era accaduto con la Prima guerra mondiale all’Austria, che da grande impero centrale fu ridotta a quella piccola nazione che è ancora oggi.

Il mondo cambiava radicalmente. Comandavano ormai soltanto Stati Uniti e Urss: Churchill sapeva bene che quello era il prezzo richiesto dagli americani per pagare la salvezza della Gran Bretagna assediata da Hitler: noi vi salveremo, ma voi lascerete l’impero perché noi americani non ammettiamo imperi. Si potrà dire naturalmente che gli americani hanno il loro impero, ma mai tecnicamente: dalla guerra con la Spagna all’inizio del Novecento avevano trattenuto come colonia le Filippine fino alla fine della Seconda guerra mondiale, ma decisero che dovevano a quel popolo la libertà senza condizioni, anche per ricompensare il contributo filippino alla guerra contro i giapponesi. La Francia stava cominciando a perdere i suoi pezzi in Estremo Oriente, cioè nel Sud Est asiatico, le antiche colone del Tonchino del Vietnam, Cambogia e Laos con le loro città edificate imitando Parigi.

I rivoluzionari comunisti che avevano combattuto contro i giapponesi avevano studiato tutti alla Sorbonne a Parigi, erano degli intellò cresciuti sotto la protezione del partito comunista francese e la Francia stava per andare incontro alla disfatta militare di Diem Bien-Phu. Il mondo stava cambiando molto radicalmente: non più imperi, re e regine (salvo Elizabeth), molta guerriglia nelle colonie dei Paesi europei che ne avevano ancora, come il Congo belga e le colonie britanniche, stava cominciando quella separazione del mondo fra americani, russi e terzomondisti. E da noi? La televisione. Ne avrete letto tanto e visto e molti di voi c’erano.

Ma ricordate che cos’era un televisore? Un marziano tondeggiante in mezzo al salotto con tutte righine dentro che si distorcevano e potevate passare ore a regolare quelle righine lungo tutta la scala dei grigi. Poi, il telegiornale. C’era il martedì pomeriggio un telefilm western per i ragazzi. Qualche cartone animato, non voglio fare la storia della televisione, ma ricordare un’emozione. Io mi emoziono facilmente: dopo l’arrivo del colore non riuscii per anni a separarmi dallo stupore per il fatto che le immagini fossero a colori. E ricordo benissimo proprio l’incoronazione di Elisabetta seconda in diretta, in Mondovisione, una visione tutta distorta, da far schifo, ma era una diretta. Intanto il vecchio Winnie, Winston Churchill, era tornato ad essere primo ministro e annunciò con tono distratto che il suo Paese stava preparando la bomba all’idrogeno. Non se ne poteva fare a meno: russi e americani si erano già portato avanti, i francesi seguivano. Noi italiani non eravamo nessuno. Ancora ci odiavano per il fascismo e anche per aver cambiato fronte quando i tedeschi erano ormai sconfitti. Proprio nel 1952 l’Unione Sovietica mise il veto al nostro ingresso all’Onu, così come fece con il Giappone. Non ci volevano.

Ma fummo arruolati nella comunità della difesa europea, cioè l’embrione poi abortito di un esercito europeo che non si è mai fatto e che avrebbe dovuto essere sottoposto al comando anglo-francese. Accadevano fatti dall’esito ignoto: un oscuro generale cubano, Fulgencio Batista, fece un colpo di Stato all’Avana per conto dei grandi casinò americani e prese il potere. I fratelli Castro e altri futuri ribelli studiavano dai gesuiti, In Italia Mario Scelba, il ministro degli interni di ferro, l’anticomunista intransigente (che io conobbi e intervistai sul letto di morte molti anni dopo) decise di varare una legge che mettesse al bando i fascisti vietando la ricostituzione del partito fascista sotto qualsiasi forma. I fascisti dichiarati a quell’epoca erano milioni, per non dire dei monarchici che conquistavano il municipio di Napoli con il sindaco Achille Lauro, di cui si dice che regalasse una scarpa prima e una dopo il voto ai suoi elettori. Ma ricordo perfettamente questa Napoli del 1952 imbandierata con le croci Savoia, il nodo Savoia e tutti quei principi, duchi, e popolani monarchici. E poi, appunto, i fascisti che si organizzavano, celebravano, marciavano e menavano. Gli studenti fascisti passavano a vie di fatto – cioè menavano a pugni e con bastoni – nelle scuole e nelle università. La polizia picchiava e manganellava. Gli inglesi, persino, che amministravano una parte di Trieste, caricavano selvaggiamente i triestini che quell’anno manifestavano per il ritorno all’Italia sulle note di “Trieste mia” e “Vola colomba”, canzoni patriottiche da Sanremo, di un nazionalismo timido. Fu persino necessario bloccare il fondatore del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, perché voleva formare alleanze con i neofascisti: Alcide De Gasperi e Giulio Andreotti (suo numero due) si opposero e l’Italia cominciò a prendere una forma più definita: l’anticomunismo non impediva un radicale antifascismo, anche se cresceva la violenza sia verbale che fisica nella vita quotidiana.

Agli americani però importava soltanto l’atteggiamento di chiusura e ostilità nei confronti dei comunisti e il Sifar, il nostro servizio segreto al centro di una serie di scandali futuri, seguiva le direttive americane per un maccartismo sempre più energico contro tutti i comunisti e anche i socialisti loro alleati. Lo stesso accadeva in Francia dove il Pcf, riemerso dalle ceneri della vergogna per aver appoggiato con trepidante entusiasmo l’alleanza militare fra Urss e Germania dal settembre 1939 al giugno del 1941, era diventato una forza politica potente e totalmente allineata sulle posizioni sovietiche, molto di più di quanto non lo fosse il partito comunista italiano di Palmiro Togliatti, che trovava sempre un modo sottile per evitare giudizi negativi su Stalin. La Francia, inoltre, era ogni giorno di più un obiettivo sensibile per le sue colonie, non soltanto in estremo oriente, ma specialmente in Nord Africa e in Algeria, dove si profilava uno scontro titanico prima della inevitabile rinuncia all’impero coloniale (benché ancora oggi la Francia sia un Paese europeo con colonie). Una visita del generale americano Ridgway a Parigi provocò moti di piazza repressi nel sangue, con scioperi generali e scontri.

Era la guerra fredda nella sua versione quasi calda che provocava fiammate nel momento e nei luoghi più diversi. La Repubblica Democratica tedesca, cioè la Germania Orientale comunista, si fece il suo esercito integrato con quello sovietico, diventando la forza armata più temibile del nascente Patto di Varsavia, ancora non ufficiale, ma che sarà l’alleanza anti-Nato dell’Europa sotto controllo sovietico. Il mondo si spacca sempre di più, si contrappone, la caccia è aperta nei paesi delle ex colonie e ovunque si combattono guerra non dichiarate, insurrezioni popolari non tutte spontanee e gli eserciti occidentali costruiscono reparti antiguerriglia da usare in Africa, Asia e America Latina. Ma il colpo più potente lo sferra Mosca, sostenendo il colpo di Stato in Egitto di quattro ufficiali, fra cui l’astro nascente Nasser, che nazionalizzerà il canale di Suez e l’ingegnere egiziano Yasser Arafat, che fonda il nucleo dirigente del futuro fronte della liberazione della Palestina.

Israele nel frattempo crea il più sofisticato e moderno servizio segreto del mondo, con regole e compiti che non condivide con altri. Il Mossad inizia la sua vita operativa dando la caccia nel mondo a tutti i gerarchi nazisti che l’hanno fatta franca. Gli Stati Uniti, dopo Harry Truman, eleggono il vecchio e saggio generale Dwight Eisenhower come presidente degli Stati Uniti, cioè colui che ha guidato gli eserciti alleati alla vittoria contro i nazisti. Una volta alla Casa Bianca, Eisenhower diventa un presidente bipartisan, non ossessionato dall’anticomunismo maccartista, ma piuttosto dai rischi di un eccessivo potere dell’apparato industriale-militare nato dalla concorrenza tecnologica con l’Urss nella guerra fredda. Il mondo sa di essere in bilico fra due blocchi, anzi tre. Nulla è certo, ma tutto è molto scuro e soverchiante. L’esistenzialismo come atteggiamento filosofico si sparge dalla Francia all’Europa e all’Italia, fino a sfiorare New York. Le canzoni esprimono venature angosciose e l’amore è ancora contaminato dall’idea di morte. Charles Aznavour canta “L’amour et la guerre” e i teatri si affollano per le commedie del nonsenso. Anche l’umorismo appare enigmatico o simbolico, come quello del rarefatto Renato Rascel.

 

LA CRONOLOGIA DEGLI EVENTI DEL 1952

25 gennaio – L’Unione sovietica, insieme ad altri quattordici paesi, pose il veto all’ingresso dell’Italia fra i paesi membri dell’Onu. Il nostro Paese entrò poi il 14 dicembre del 1955.

6 febbraio – A soli venticinque anni Elisabetta II diventa regina del Regno Unito e succede al padre re Giorgio VI. La sovrana è da allora alla guida della Gran Bretagna, al quarto posto nella classifica dei regni più lunghi della storia.

10 marzo – L’Esercito Nazionale di Cuba, guidato dal generale Fulgencio Batista, mise in atto un vero e proprio colpo di stato, stabilendo una dittatura militare nel paese.

24 aprile – Alcide de Gasperi e Giulio Andreotti impedirono a don Luigi Luigi Sturzo, in occasione delle elezioni amministrative, di formare liste civiche con il Movimento Sociale Italiano e monarchici in funzione anticomunista.

27 maggio – Italia, Francia, Germania Ovest, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo aderiscono al trattato Ced (Comunità Europea di Difesa) condividendo un unico esercito, la Forza Atlantica.

16 giugno – Il generale statunitense Matter Bunker Ridgway è in visita a Parigi e nella capitale francese: si verificano scontri molto violenti fra manifestanti e forze dell’ordine.

23 luglio – Entra in vigore il trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, la Ceca.

A cura di Chiara Viti

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.