Non vorrei che pensaste che il 1958 fosse un anno da buttar via. Ci furono tsunami mai visti con onde alte mezzo chilometro, stragi, catastrofi naturali e innaturali, ma più che altro l’Italia ebbe il suo nuovo e vero inno: Volare. Senza offesa, io detesto il festival di Sanremo e spero mi perdonerete. Detesto il festival, il suo mondo, il 99 per cento della sua musica e del suo parolaio imbecille, soffro per chi ne gode e per chi lo aspetta con trepidazione come il miracolo ligure di san Gennaro, ma con più sorprese. Ciò dipende soltanto dalla mia natura malvagia che ho tentato inutilmente di riparare.

Ma Nel blu dipinto del blu fu uno shock benefico benché arrivasse da San Remo del 1958 perché dopo tante barche che tornavano sole, mamme di cui (pure) ce n’è una sola benché in gioventù fosse rimasta avvinta come l’edera fra personaggi psichiatrici sull’orlo del suicidio – “per me è finita” gridava Claudio Villa davanti a un innocente binario- ecco che ti arriva questo Domenico Modugno con un testo e una voce e una postura fra il futurista e il quadro di Chagall. Niente famiglia, niente storia, niente realtà, soltanto un sogno monocromatico blu. Non suona il violino su un tetto come un ebreo notturno che guarda una mucca galleggiante, ma una creatura quantistica e puerile che infila le mani in una poltiglia azzurrastra e se la sparge sulla faccia ciò che gli permette di decollare in verticale e volare nel cielo infinito, oh-oh. Eravamo tutti per strada a cantarla: il fratello di mia madre, un serissimo intellettuale comunista fu trovato di notte a cantare nel blu dipinto di blu sui marciapiedi deserti e subito radiato (non espulso) dal Partito. In America chiesero il significato di quelle parole e poi sussurrarono: “oooh! is he flying in the sky in a deep blu immersion?”. E diventammo ciascuno di noi italiani Mister Volare. Modugno era l’uomo dio di un’Italia più inaspettata che nuova, riscattata perché surreale e lo rimase per anni anche perché responsabile di altri capolavori come Vecchio Frac.

A me in quell’anno capitò la ventura di compiere inutilmente 18 anni in un mondo che non prevedeva, la passione, l’amore, meno che mai le coppie. Ce ne stavamo torvi e pieni di ormoni, acne e trasalimenti a ogni zaffata primaverile e ci saremmo innamorati di uno scoiattolo o di una rondine. Invece mi rimandarono in latino e greco sicché la mia austera famiglia mi mandò “a dozzena”, ovvero a pensione, a casa del più grande latinista del tempo, il professore Attilio Fantinati di Ferrara, che preparava le versioni di latino e greco per gli esami di maturità. Si mangiava una zuppa detta “la minestra imminestrata” e poi mi trascinava lungo il Po per ripetere ad alta voce e imparavo a tradurre dal latino in greco antico e viceversa con i discorsi sulla prima decade di Tito Livio del Machiavelli, dove imperversavano parole come “perciossiacosaché” che registravo su un robusto quaderno nero con il filo in rosso con grafia da frate amanuense, Come conseguenza, credo, diventai comunista sovietico leninista intransigente nemico della civiltà occidentale, dogmatico, tassativo, antiamericano, ateo furioso (l’ateismo era una rigorosa religione) e dunque quando il presidente americano Dwight Eisenhower fece sbarcare in Libano, boots on the ground, alcuni reggimenti di marines, restai scioccato dalla potenza delle foto che pubblicò allora l’Espresso in cui si vedevano questi soldati statunitensi calmi e potenti, affardellati e lievemente tristi, su un terra straniera di cui non sapevano nulla e che poi avrei frequentato moltissimo come giornalista, poco manca che ci lasciassi la pelle.

Queste mie convulsioni ideali e ideologiche dettero vita a un infuocato carteggio fra me e mio padre a Roma con cui duellavo apertamente e che duellava a sua volta con logica e rabbia, cosa che mi fu molto utile. Fine dei ricordi troppo personali. Quanto all’anno, l’Europa si consolidava ma in realtà si spaccava perché la Francia, dilaniata dalle guerre coloniali e dai numerosi generali e colonnelli pronti al colpo di Stato, era lì-lì per consegnarsi al padre della patria Charles De Gaulle, di cui ieri abbiamo ricordato i cinquant’anni dalla morte. Imperversava la guerra coloniale in Algeria, il Fronte di liberazione nazionale colpiva militarmente e i francesi facevano saltare le case con la gente dentro, ciò che Gillo Pontecorvo raccontò nel suo magnifico film La battaglia d’Algeri. Il sesso era ancora proibito ed era di pessimo gusto parlarne o alluderne, seguendo lo stesso destino dei servizi segreti secondo le buone norme dell’aristocrazia britannica, ma Vladimir Nabokov pubblicò lo spudorato capolavoro erotico Lolita, storia di una dodicenne e di un quarantenne scritto da uno che era scappato a gambe levate dalla Russia sovietica: bestseller, oggi quella storia arderebbe sul rogo nel fuoco perenne perché racconta l’eros e l’istinto, la finzione delle barriere d’età, tanto che se ne impossessò Stanley Kubrick. Mentre nel cosmo esplodeva il primo satellite umano e sovietico Sputnik, nascevano il microchip e il pacemaker e la senatrice socialista Merlin riuscì a far approvare la legge che chiudeva le case chiuse – che sembra un controsenso e lo è – ma chiudeva l’azienda di Stato magnaccia, restava lo Stato spacciatore di alcolici e tabacchi cancerogeni, ma le signorine a settimana furono spedite a cercarsi alloggio altrove.

Tralascio la retorica della letteratura dei bordelli perché non fa parte della mia generazione e l’ho trovata sempre un po’ attaccaticcia e retorica. Restarono in voga espressioni come “fare melina”, “ragazzi in camera”, “marchette” e altre di un mondo che era già morto. Bella rapina moderna di stile americano a Milano in via Osoppo con oltre cento milioni di bottino, e promozione dell’Italia al rango di grande paese evoluto anche dal punto di vista criminale. In Sicilia la mafia seguitava a mettere in bocca al morto un sasso o un pesce o, in casi particolari, i suoi propri genitali usati in maniera sconsiderata. Ah, e la pala di ficu d’Igna. Al Sud eravamo ancora arretrati col delitto d’onore, ma anche al Nord, specie da quando partivano i treni delle valigie di cartone che portavano gli ex contadini calabresi, siciliani, pugliesi e campani nelle case di ringhiera di Milano e Torino, trattati come negri in Alabama e famosi per usare le vasche da bagno come pollaio o orto per la cicoria.

Ma esce anche il grande capolavoro di Tomasi di Lampedusa – di una famiglia che quando comprava camicie si trasferiva a Londra – il Gattopardo la cui morale ben nota è che tutto deve cambiare affinché possa restare come prima, segue film magnifico di Luchino Visconti con Alain Delon, Burt Lancaster e Claudia Cardinale, uno dei pochissimi film sul nostro Risorgimento. Del resto, Visconti si era già esibito in Senso, dove una perversa aristocratica italiana manda alla fucilazione il suo infedele amante austriaco. A metà giugno sui gradini di legno della forca salgono sul patibolo i due eroi comunisti della rivoluzione antisovietica ungherese Imre Nagy e Pal Malèter. Ma non li impiccano alla maniera londinese con botola e morte istantanea, sono strozzati in piedi legati a una tavola da un boia che stringe loro il collo, con un attrezzo che somiglia più alla garrota spagnola usata da Francisco Franco che alla forca nostrana. Fra tante canzoncine, canzonacce e magnifiche canzoni emerge una diciottenne sconosciuta e pressoché angelica, ma terrestre: Mina.

Successo immediato e quasi magico su cui nessuno ha nulla da ridire, neppure io che sono una bestia. Ma c’è di più: Borís Pasternàk, l’autore sovietico dissidente del Dottor Zivago riceve dal comitato della Corona svedese il premio Nobel per la letteratura ed è costretto dalle sue adorabili autorità moscovite a rinunciare. I comunisti occidentali borbottano, disquisiscono, la prendono alla larga, ma leggono tutti il romanzo comprato e pubblicato da un loro editore, Giangiacomo Feltrinelli, che salterà poi in aria a Segrate mentre cercava di sistemare una bomba. E muore Papa Pacelli, Pio XII, l’anticomunista magro, alto e conservatore che aveva combattuto il comunismo come un crociato, ma anche quello che aveva dispiegato le sue bianche ali sulle macerie di Roma dopo il bombardamento del 19 luglio del 1943, quello che causò le dimissioni e l’arresto di Mussolini. Anche la Chiesa volta pagina. E così Santa Romana chiesa elegge un uomo che sembra semplice e anzi semplicione: il patriarca di Venezia Angelo Roncalli che riesuma un antico nome papale: Giovanni. Ed è Giovanni XXIII.

Era stato un grande diplomatico sotto papa Pacelli, un uomo erudito e scaltro, ma estremamente onesto. Viene accreditato di una presunta “apertura a sinistra” che manda in bestia i cattolici conservatori italiani. Ma tira proprio aria di apertura a sinistra, senza i comunisti – ancora – ma a sinistra. I socialisti di Pietro Nenni cominciano a prepararsi e a compilare liste sia di occupazione che di proscrizione in quella che il leader socialista chiama la “sala dei bottoni”. Siamo agli albori di una nuova era laica, in cui gli anticomunisti socialisti come Riccardo Lombardi sono però dei radicali di sinistra in fatto di economia e comincia a circolare una parola proibita: nazionalizzazione di banche, enti, elettricità specialmente e si apre un fronte di guerra interno sempre più violento.

L’anno volge al termine e se tornate sulle tracce del Padrino, il film, ricorderete che approssimandosi la fine dell’anno, il generale Fulgencio Batista sente che i colpi di mitra di Fidel Castro e dei suoi barbudos si fanno troppo vicini e chiede agli amici americani di trasferirlo in Florida. Fidel è giovane, Ernesto “Che” Guevara è giovane e bello, a Cuba si comincia ad andare al “paradòn” cioè al muro perché i guerriglieri fucilano volentieri ma rassicurano gli americani: non siamo e non saremo mai comunisti, non preoccupatevi. Ma il generale e presidente Eisenhower si preoccupava e lasciò mano libera a chi gli consigliava, in caso di vittoria di Castro, di organizzare uno sbarco di esuli per riconquistare Cuba, ma questa è un’altra storia e bisognerà attendere qualche anno prima di scoprire che Castro aveva un informatore nella Cia, sicché quando lo sbarco avvenne si risolse in un disastro.

LA CRONOLOGIA DEGLI EVENTI DEL 1958

1° gennaio – Entra in vigore il Trattato di Roma, istitutivo della Comunità Economica Europea (CEE) e della Comunità Europea dell’Energia Atomica (EURATOM), firmato da: Italia, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi.

31 gennaio –  Gli USA lanciano nello spazio il loro primo satellite artificiale, Explorer 1.

6 febbraio –  All’aeroporto di Monaco di Baviera un aereo di linea, a bordo del quale viaggia la squadra di calcio del Manchester United, si schianta. Di rientro dal match contro la Stella Rossa, muoiono così 23 persone, fra cui otto giocatori e otto giornalisti. Di quella formazione si salverà, tra gli altri, un ventenne Bobby Charlton, diventato in seguito una leggenda del calcio mondiale: vincerà Pallone d’oro, Mondiali e Coppa dei Campioni, la prima nella storia dei Red Devils.

20 febbraio – Viene approvata la legge Merlin che dichiara illegittime le case di tolleranza.

25 maggio – Alle elezioni politiche si afferma la Democrazia Cristiana.

29 giugno – Ai mondiali di calcio in Svezia, la nazionale di calcio del Brasile vince il titolo per la prima volta.

9 luglio – In Alaska un terremoto di 7.9 gradi sulla scala Richter genera una frana in mare, la quale conseguentemente provoca una colossale onda di 525 metri che travolge l’intera Lituya Bay.

14 luglio – Colpo di Stato militare in Iraq: alla guida del paese viene nominato il generale Abdul Karim Kassem.

29 luglio – Il presidente Dwight D. Eisenhower costituisce la NASA.
28 settembre. In Francia viene approvata con un referendum la nuova Costituzione. Nel paese è istituita la Repubblica presidenziale.

9 ottobre – A Castel Gandolfo, provincia di Roma, muore Papa Pio XII.

23 ottobre – Lo scrittore sovietico Borís Pasternàk vince il premio Nobel per la letteratura. Sarà costretto dalle autorità politiche del suo paese a rinunciarvi.

28 ottobre – Viene eletto a sorpresa come neo pontefice il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, già Patriarca di Venezia, il quale assume il nome di Giovanni XXIII.

7 dicembre – Viene inaugurato il primo tratto dell’Autostrada del Sole, da Milano a Parma.