Politica
Il Pd perde i pezzi e anche gli elettori. Un anno alle elezioni e il campo largo è ancora senza leader
È iniziato il fuggi fuggi dal Partito democratico? La domanda non è peregrina. Per ora ad abbandonare il Pd sono state personalità di primo piano come Annamaria Furlan, Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e, da ultima, Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e figura storicamente legata alla tradizione riformista del partito. Quattro donne con una donna segretaria del Partito democratico. Un paradosso. Quattro donne con le spine dorsali dritte. “Mujeres vertical”. Ma il fenomeno più significativo potrebbe essere un altro: il fiume carsico degli elettori democratici che, pur senza clamore, stanno progressivamente prendendo le distanze dal Nazareno.
Il Pd perde i pezzi e anche gli elettori
Un elettorato difficile da misurare nei sondaggi, ma probabilmente molto più ampio delle singole fuoriuscite eccellenti. Una ragione di questo disagio esiste. A poco più di un anno dalle elezioni politiche, il campo progressista non ha ancora chiarito chi dovrebbe guidare una futura coalizione di governo. I nomi in campo sono sostanzialmente due: Elly Schlein e Giuseppe Conte. Nessuno, però, sa con quali regole dovrebbe essere scelto il candidato premier. Né è chiaro quale sia il programma che dovrebbe tenere insieme forze politiche spesso divise su questioni fondamentali. La politica estera rappresenta forse il terreno più evidente di questa frammentazione. All’interno del cosiddetto campo largo convivono sensibilità molto diverse, talvolta incompatibili. C’è chi guarda con favore alla linea atlantica ed europea e chi invece assume posizioni più ambigue verso la Russia di Vladimir Putin o la Cina di Xi Jinping. Altri si richiamano al progressismo americano di Bernie Sanders e di Alexandria Ocasio-Cortez. Più che una sintesi politica, emerge un mosaico di posizioni che rende difficile individuare una linea comune.
Il tema delle preferenze e delle liste bloccate
Anche sulle principali questioni istituzionali il quadro appare incerto. La maggioranza ha avanzato una proposta di riforma elettorale certamente discutibile sotto diversi aspetti, ma dall’opposizione non è ancora arrivata una controproposta organica. Emblematico è il tema delle preferenze, essenziale per rafforzare il rapporto tra eletti ed elettori. Su questo punto, il dibattito resta debole e spesso subordinato agli interessi delle segreterie di partito, che vedono nelle liste bloccate uno strumento di potere e di controllo della rappresentanza parlamentare. Eppure una democrazia che limita la scelta degli elettori finisce inevitabilmente per alimentare astensionismo e sfiducia nelle istituzioni. Le divergenze emergono anche sul terreno economico. La proposta di una patrimoniale rilanciata dalla segreteria democratica è stata accolta con ostilità da una parte consistente del ceto medio, già alle prese con inflazione, pressione fiscale e incertezza economica. È proprio in questo segmento sociale che il Partito democratico sembra perdere terreno.
Il profilo di chi lascia il Nazareno
Coloro che stanno lasciando il Nazareno appartengono prevalentemente all’area riformista. La loro uscita non rappresenta soltanto una perdita politica e culturale, ma rischia di tradursi anche in una perdita elettorale. I riformisti, infatti, hanno storicamente costituito il ponte tra la sinistra democratica e quell’elettorato moderato, europeista e pragmatico che per anni ha contribuito ai successi dell’Ulivo prodiano. Per questo motivo sorprende l’apparente indifferenza con cui parte dell’entourage della segretaria ha accolto alcune di queste uscite. Il problema non riguarda soltanto i dirigenti che se ne vanno, ma ciò che essi rappresentano: una cultura politica che affonda le proprie radici nell’esperienza del Partito democratico, nel pluralismo e nella vocazione maggioritaria, sorto nel 2007 al Lingotto.
Pina Picierno fuori dal Pd, fonda Spazio pubblico
Pina Picierno sembra aver compreso da tempo la portata di questa trasformazione. Da qui la decisione di promuovere “Spazio pubblico”, un nuovo laboratorio culturale e politico che, nel giro di poche ore, ha registrato un’adesione significativa. Non si tratta ancora di un partito, ma di un movimento: un luogo di incontro per quanti non si riconoscono né nel populismo di destra né in quello di sinistra e continuano a cercare una proposta riformista, europeista e liberal-democratica. Se il Partito democratico continuerà a perdere pezzi della propria componente riformista, il rischio è evidente: trasformarsi in una forza sempre più identitaria e sempre meno rappresentativa di quell’ampia area moderata che, nel bene e nel male, ne ha costituito per anni la base elettorale. E quando un partito perde il suo centro di gravità, difficilmente riesce a conservare la propria ragione sociale.
© Riproduzione riservata







