Secondo le fonti di Axios, non esiste un vero e proprio limite temporale di questa escalation tra Teheran e Washington. Può durare qualche giorno, una settimana così come un mese. Tutto è nelle mani dell’Iran e di come si comporterà. Ma quello che è certo, ha proseguito il funzionario, è che “gli daremo una bella lezione, così capiranno che non stiamo scherzando”.

Gli Stati Uniti, fino a questo momento, hanno condotto attacchi più ampi di quello che si pensava all’inizio delle tensioni. Secondo Centcom, le forze Usa hanno colpito 170 obiettivi in due giorni. Intorno allo Stretto di Hormuz, sono stati presi di mira sistemi radar, basi di lancio per missili e imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione. Molti attacchi si sono concentrati nella zona di Bandar Abbas, porto nevralgico della Repubblica islamica. Secondo il vicegovernatore di Bushehr, Ehsan Jahanian, i raid hanno colpito “il perimetro della centrale nucleare, la base militare di Chaghadak e un molo per la pesca nel sud della provincia”. Mentre l’agenzia Fars ha detto che gli Stati Uniti hanno bombardato anche un ponte ferroviario nel nord dell’Iran che collega la Repubblica islamica alla Cina e al Turkmenistan.

Se le bombe di Washington hanno chiarito la volontà di Donald Trump di non fare marcia indietro, allo stesso tempo la reazione missilistica dei Pasdaran ha seguito lo stesso copione del giorno precedente. Anche ieri sono partiti droni e missili diretti verso le basi Usa in Bahrein e Kuwait. E questa volta, Teheran ha deciso di ampliare il raggio d’azione dirigendo i suoi missili verso la Giordania. I Pasdaran hanno detto di aver lanciato dieci vettori contro il “centro di comando e controllo degli Stati Uniti” nella base di Azraq. Amman ha affermato di avere neutralizzato l’attacco, precisando che i missili abbattuti sono stati otto. E la decisione di allargare l’area degli attacchi fino alla Giordania ha provocato l’ira di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che – pur con posizioni molto diverse tra loro riguardo la postura da tenere nei riguardi del negoziato con Teheran – hanno tutte condannato la mossa.

La tensione in ogni caso non sembra destinata a spegnersi nel breve termine, a meno di clamorosi cambiamenti di una delle due parti su quello che è il perno dell’attuale escalation, cioè Hormuz. Come ha scritto Bloomberg, il traffico commerciale nello Stretto ora è paralizzato. Da quando sono ripresi gli attacchi degli ultimi giorni, sono passate solo due navi legate all’Iran e attraverso una rotta controllata da Teheran. Praticamente fermo, invece, il transito lungo il corridoio omanita monitorato dagli Usa. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammed Bagher Ghalibaf, ha dichiarato sul social X che Hormuz “si apre solo con gli ‘accordi iraniani’ e non con le minacce americane”. Allo stesso tempo, si è registrato un particolare attivismo del ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Ieri il capo della diplomazia iraniana ha sentito al telefono i suoi omologhi di Oman e Turchia, rispettivamente Badr al-Busaidi e Hakan Fidan. Poche ore prima, Araghchi aveva avuto una conversazione con il premier e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al-Thani, discutendo della crisi in corso con gli Usa. Mentre parlando con l’altro mediatore, il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, il ministro degli Esteri iraniano ha ribadito che gli attacchi americani rappresentano “una violazione degli impegni assunti” e che le forze armate del Paese sono “determinate a difendere la sovranità, l’integrità territoriale e la sicurezza nazionale”.

Parole giunte mentre a Mashhad avveniva la tumulazione di Ali Khamenei. Per l’ultimo giorno di celebrazioni funebri, migliaia di persone hanno accompagnato il feretro dell’ex Guida suprema. Una settimana di folle oceaniche e di slogan contro America e Israele, mentre i Pasdaran continuano a rafforzare la loro presa su una Repubblica islamica che si chiede dove sia il figlio di Khamenei e attuale leader, Mojtaba.