La democrazia vive di una parola semplice: scelta. E ogni volta che si propone di restringere lo spazio della scelta degli elettori, vale la pena fermarsi a riflettere. Per questo sorprende leggere l’appello con cui alcune parlamentari chiedono di escludere il voto di preferenza dalla futura legge elettorale, sostenendo che finirebbe per penalizzare la rappresentanza femminile. Molte delle parlamentari che hanno sottoscritto questo appello sono persone con cui ho condiviso l’esperienza nelle istituzioni. Alcune le conosco da molti anni e le stimo sinceramente. Il rispetto, e in alcuni casi anche l’amicizia, non mi impediscono però di esprimere un dissenso su una questione che considero fondamentale per la qualità della nostra democrazia. Nell’appello e nel dibattito che ne è seguito vengono richiamati i rischi del clientelismo, dell’aumento dei costi delle campagne elettorali e del peso delle reti di consenso. È su questi elementi che si fonda la tesi secondo cui il voto di preferenza finirebbe per penalizzare le donne. Sono temi seri, che meritano attenzione. Ogni sistema elettorale presenta vantaggi e criticità.

Legge elettorale, le preferenze non penalizzano le donne

Il punto, però, è un altro: quale principio vogliamo mettere al centro della nostra legge elettorale? Le preferenze, sia chiaro, non mettono in discussione il ruolo dei partiti. Al contrario, ne valorizzano la funzione. Sono i partiti a selezionare una classe dirigente, a definire un programma e a presentare una proposta politica agli elettori. Ma, all’interno di quella proposta, è giusto che siano i cittadini a scegliere chi ritengono più credibile, più competente e più rappresentativo. È questo equilibrio tra il ruolo dei partiti e la libertà di scelta degli elettori che rafforza la democrazia rappresentativa. Ho conosciuto entrambe le stagioni della politica: quella delle preferenze e quella delle liste bloccate. È anche per questo che considero il rapporto diretto tra eletto ed elettore un valore da preservare, non un problema da eliminare. Ridurre le preferenze a un meccanismo di clientela significa ignorare l’esperienza di migliaia di amministratori locali, sindaci, consiglieri regionali e parlamentari che hanno costruito il proprio consenso con il lavoro sul territorio. Le preferenze premiano chi è capace di conquistare la fiducia dei cittadini. Chi ascolta, amministra, si mette in gioco e costruisce, giorno dopo giorno, un rapporto autentico con la propria comunità.

Le donne elette

E poi ci sono i fatti. Alle elezioni europee del 2024, svolte con un sistema che consente fino a tre preferenze nel rispetto dell’alternanza di genere, sono state elette 29 donne su 76 eurodeputati italiani, quasi il 40% della delegazione italiana. È difficile sostenere che le preferenze, di per sé, penalizzino le donne. Lo stesso vale per le elezioni comunali, dove da anni convivono il voto di preferenza e la doppia preferenza di genere. Una riforma che ha corretto gli squilibri della rappresentanza senza rinunciare al principio fondamentale della scelta degli elettori. È la dimostrazione che libertà di scelta e promozione della rappresentanza femminile non sono obiettivi alternativi, ma possono rafforzarsi a vicenda.

Non serve ridurre gli spazi di scelta degli elettori

Se esistono ancora ostacoli che rendono più difficile per una donna costruire consenso, il compito della politica è rimuovere quegli ostacoli, non ridurre gli spazi di scelta degli elettori. L’idea che una donna debba essere sottratta al giudizio degli elettori perché partirebbe svantaggiata rischia, paradossalmente, di trasmettere un messaggio opposto a quello che vorrebbe affermare. E cioè che le donne abbiano bisogno di una tutela aggiuntiva per ottenere ciò che non riuscirebbero a conquistare con il consenso. Una visione che non condivido. Non perché le difficoltà non esistano, ma perché ritengo che vadano affrontate e superate, non aggirate. Credo, al contrario, che la politica debba mettere le donne nelle condizioni di competere ad armi pari, non proteggerle dalla competizione. Del resto, la vera parità non consiste nel sostituire il consenso con la tutela, ma nel rimuovere gli ostacoli che ancora oggi rendono più difficile conquistarlo.

Giorgia Meloni, una donna che sostiene le preferenze

Non è un caso, allora, che proprio Giorgia Meloni, la prima donna presidente del Consiglio della storia d’Italia, sostenga con convinzione il ritorno delle preferenze. È una posizione che riconosce alle donne la stessa responsabilità che riconosce agli uomini: conquistare la fiducia degli elettori attraverso il merito, la credibilità e il lavoro sul territorio, non attraverso meccanismi di protezione. La politica, del resto, non si costruisce nelle segreterie. Si costruisce tra la gente. È fatta di ascolto, presenza, sacrificio, credibilità. Di chilometri percorsi, incontri, campagne elettorali e fiducia conquistata giorno dopo giorno. Se davvero crediamo nelle capacità delle donne, non dovremmo temere il giudizio degli elettori. Dovremmo averne fiducia. Perché una donna non dimostra il proprio valore quando viene protetta dalla competizione, ma quando ha la possibilità di affrontarla, di conquistare il consenso e di vincerla. Le quote potranno forse garantire qualche posto. Ma essere eletti con le preferenze significa conquistare la fiducia dei cittadini. E la politica, quella vera, dovrebbe premiare chi viene scelto dagli elettori, non chi viene nominato dal leader del proprio partito.

Barbara Saltamartini

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