La legge elettorale sta creando un’intensa conflittualità all’interno della maggioranza di governo. Si vanno registrando tensioni e dissociazioni che ne mettono a rischio l’approvazione. Pare che la materia del contendere sia costituita soprattutto dal possibile ritorno del voto di preferenza. Sull’argomento Meloni ha espresso una certa disponibilità. Si tratta di una posizione che non pare dettata da interessi contingenti.

Evidentemente la premier, a differenza di altri leader, non si sente minacciata dal rischio di significative trasmigrazioni da un campo all’altro dello schieramento politico, che il voto di preferenza potrebbe agevolare. Consistenti settori della maggioranza, invece, sono non solo contrari ma disposti a erigere barricate per evitare il ripristino del voto di preferenza. Si teme soprattutto che la libertà di scelta dei candidati da votare possa mettere in discussione rapporti di forza all’interno delle coalizioni. Insomma, alcuni leader paventano il rischio che il voto di preferenza possa danneggiarli. Gli argomenti più o meno virtuosi contro le preferenze sono quelli di sempre. Soprattutto si teme il voto di scambio. Tuttavia, l’ostilità inconfessata verso le preferenze scaturisce dal timore che un voto disancorato dalle ferree fedeltà politiche garantite dalle liste bloccate possa creare seri squilibri all’interno delle alleanze politiche.

Grazie alle liste bloccate si sono consolidate vere e proprie egemonie all’interno dei gruppi dirigenti, che possono contare su forti apparati fidelizzati. Con il ritorno alla preferenza, insomma, si teme uno sconquasso degli equilibri politici. Soprattutto, i partiti minori della maggioranza di governo temono che possano venire meno posizioni di rendita consolidate. Una cosa pare certa: la rissa sul voto di preferenza può mandare all’aria la legge elettorale che sta a cuore a Meloni, creando uno stato di necessità che potrebbe portare a un proporzionale puro ritenuto dalla premier come il male assoluto, perché foriero di ingovernabilità. Questa diatriba crea sconcerto nell’opinione pubblica, che ritiene incomprensibile un fallimento della legge elettorale voluta dal governo a causa della diversità di vedute sul tema delle preferenze. Ciò pare ancora più incomprensibile se si considera che la madre di tutte le riforme che Meloni intende portare avanti mira a dare lo scettro al popolo in quanto decisore supremo della maggioranza di governo.

È difficile spiegare perché il popolo debba essere decisore supremo della maggioranza di governo e al tempo stesso decisore marginale allorché si tratta di scegliere i propri rappresentanti. La verità è che il ritorno delle preferenze può mettere in discussione la stessa forma dei partiti personali. Si tratterebbe, insomma, di nuove regole che dovrebbero disciplinare il voto garantendo il diritto a una effettiva partecipazione politica. Anche da questo punto di vista, il ritorno delle preferenze potrebbe punire l’antipolitica oltre che consentire una più chiara declinazione dell’offerta politica. Il timore del voto di scambio a causa delle preferenze può essere largamente compensato da regole che garantiscano la trasparenza delle operazioni di voto, oggi sempre più messa in discussione dal fenomeno del randagismo politico che costituisce la cifra dei partiti personali. L’esperienza delle elezioni amministrative dimostra che un rapporto più diretto tra l’elettore e il candidato può arginare il fenomeno dei partiti personali e del trasformismo politico, che hanno costituito un elemento non secondario ai fini della raccolta del consenso.

Si tratta insomma di valorizzare fino in fondo la libertà degli elettori. È un luogo comune assolutamente strumentale ritenere che la preferenza avvantaggi il voto di scambio, ignorando che viviamo in un mondo in cui il funambolismo politico costituisce spesso il tratto caratterizzante dei prevalenti orientamenti elettorali. Il voto di preferenza utilizzato per le amministrative e per le europee ha dimostrato di favorire il formarsi di classi politiche migliori di quelle che dirigono la politica nazionale. Occorre saper disciplinare il voto di preferenza evitando, per esempio, il ritorno alla preferenza multipla, che è un’odiosa forma di controllo del voto. Allo stato, i veri nemici del voto di preferenza sono i partiti minori delle coalizioni di governo, i quali utilizzano le liste bloccate per neutralizzare, di fatto, la volontà popolare e far sì che le nomenclature onnipotenti dei partiti personali – di cui il legislatore costituente non poteva certo immaginare l’esistenza – finiscano per legittimare vere e proprie forme di espropriazione della volontà popolare. Non sono le preferenze a produrre la corruzione elettorale, ma classi dirigenti che con i partiti personali hanno consentito forme di trasformismo politico virale che portano l’elettore a sentirsi totalmente espropriato del suo diritto a partecipare disponendo di strumenti efficaci per poter incidere sulle decisioni politiche.

Bisognerebbe chiedere a chi demonizza le preferenze il motivo per cui vengono accettate le primarie ma non le preferenze. Certo, occorre che il ritorno alle preferenze venga disciplinato in modo assolutamente trasparente. Non è invece auspicabile ritornare alle preferenze multiple, che consentivano ai partiti di mobilitare e organizzare cordate di fedelissimi. Il voto di preferenza in un certo senso può ridimensionare l’egemonia dei partiti personali e consentire ai cittadini di scegliere da chi vogliono essere rappresentati. Il voto di preferenza ha dato buona prova di sé, sia alle europee che alle amministrative, perché, tutto sommato, garantisce la rappresentanza e può forse scoraggiare il fenomeno dei partiti personali. È comprensibile che al voto di preferenza si oppongano alcuni capipartito.

Le preferenze sono osteggiate da coloro i quali hanno a disposizione l’apparato di partito e sono comprensibilmente meno interessati a garantire una reale rappresentatività degli eletti. Alle preferenze certamente si oppongono i “titolari” dei partiti personali. Non, invece, l’elettore comune, il quale ritiene di poter vedere valorizzata fino in fondo l’opinione che ha dei candidati. È un fatto che la libertà concessa all’elettore di scegliersi i candidati verso cui manifesta fiducia rappresenta un formidabile incentivo alla partecipazione politica. La battaglia per ripristinare le preferenze è difficile. Tanti ne parlano auspicando una maggiore partecipazione politica, ma forse pochi realmente le vogliono.