Gli stereotipi sopravvivono nelle aule di giustizia
La Cedu condanna l’Italia per sentenza sessista, così la pm archiviò la denuncia contro il macho alfa: “Normale che l’uomo superi resistenza della donna”
Ci sono sentenze che condannano uno Stato. E poi ce ne sono altre che condannano una “cultura”. Quella pronunciata la scorsa settimana dalla Corte europea dei diritti dell’uomo appartiene alla seconda categoria. Perché non dice soltanto che l’Italia ha agito con lentezza davanti a una vicenda di violenza domestica, ma afferma che certi stereotipi continuano a sopravvivere perfino nelle aule di giustizia.
È difficile leggere senza sconcerto le parole con cui una pm aveva chiesto l’archiviazione della denuncia di Audrey Ubeda, 42enne di origini francesi, costretta a subire per anni i desideri sessuali del marito. L’idea che sia “normale” per un uomo dover superare la resistenza della moglie non è un’opinione infelice ma la negazione stessa del principio di consenso. Se il “no” diventa un rituale da oltrepassare, allora il confine tra libertà e sopraffazione evapora e con esso anche la fiducia di chi trova il coraggio di denunciare.
La vicenda racconta poi un altro fallimento: quello del tempo. Circa quattro anni trascorsi in una casa rifugio, due figli costretti a crescere nell’incertezza, udienze rinviate, una sentenza che arriva quando il danno ormai è fatto. Proteggere una vittima di abusi sessuali significa anche restituirle una vita normale nel minor tempo possibile, altrimenti la protezione rischia di trasformarsi in una diversa forma di prigionia. La Corte di Strasburgo parla di “vittimizzazione secondaria”, quando cioè, oltre alla violenza subita, la donna deve difendersi dai pregiudizi di chi dovrebbe garantirle giustizia.
Audrey Ubeda non ha smesso però di crederci, ha impugnato l’archiviazione, ha continuato a chiedere giustizia fino a ottenerla. Ha già detto che donerà il risarcimento a un centro antiviolenza. Un gesto che restituisce senso a una battaglia personale trasformandola in un aiuto per altre donne. Le leggi, ad iniziare dal “Codice rosso”, esistono. Ciò che ancora manca, troppo spesso, è la capacità di applicarle senza il filtro di una cultura che confonde il possesso con l’amore, l’autorità con l’abuso, il silenzio con il consenso.
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