Il palestinismo è quella ideologia politica dilagata in occidente che ha trasformato un popolo, una terra e una storia in un simbolo, il simbolo dell’oppressione coloniale e dell’espropriazione operata dal capitalismo genocidiario di Israele e dell’America. Un emblema, un simbolo e una bandiera non ammettono riflessioni, critiche, dubbi – qualunque perplessità va messa sotto il tappeto, cacciata in fondo al proprio cuore, lingua tagliata. Per il palestinismo, a Gaza non ci sono classi, generi, clan, famiglie, biografie, storie, individui; non ci sono uomini e donne che dopo l’orrore della guerra e le sofferenze di un massacro oltre ogni ragionevole limite vorrebbero un lavoro, un salario dignitoso, mandare i figli a scuola per un futuro migliore, avere assistenza sanitaria e sociale, poter aprire un negozio e fare del commercio, scambiare beni e soldi, andare all’estero e tornare. I palestinesi in verità non sono palestinisti, non hanno e non fanno l’ideologia di sé; ma per i palestinisti a Gaza si deve solo resistere, combattere e morire. Non per loro, ma per noi qui, in occidente – senza Gaza come si farebbe qui?

Il palestinismo è perciò una versione aggiornata del terzomondismo – al tempo in cui con l’inizio del secolo e del millennio, l’11 settembre del 2001, il fondamentalismo islamico si è affacciato al mondo come ‘soggetto politico globale’. Aggiornata anche all’irrompere, con la guerra d’Ucraina, dell’assolutismo dispotico e distopico nella geopolitica del mondo, che cerca il suo riconoscimento di potenza mondiale: anch’esso, dunque, va ‘assorbito’ in quanto portatore di un anti-occidentalismo banale: il palestinismo è la versione ‘umanizzata’ del campismo. Il terzomondismo è stata una tendenza rilevante nella sinistra globale del secondo novecento e anche capace di esercitare una sua egemonia culturale, il cui ultimo lascito è il de-colonialismo. Il suo nocciolo concettuale stava, e sta, nella contrapposizione bipolare tra un occidente colonialista e un sud del mondo depredato, saccheggiato: la sua pratica era le lotte di liberazione anticoloniale dallo schiavismo dell’imperialismo capitalista. Uno schema di lettura – non ci sono classi, generi, clan, famiglie, biografie, storie, individui – che spostava la riflessione e l’analisi dal rapporto capitale/lavoro e dalle forme e dai metodi di produzione (insomma, Marx e il conflitto di classe, l’ABC, i fondamentali dell’essere di sinistra, prima che questo diventasse narrazione, autofiction post-modernista e codice deontologico) al concetto di “liberazione nazionale” e individuava il soggetto della trasformazione non nel lavoro, non nel proletariato ma nel popolo e nella nazione: la lotta di liberazione anticoloniale era sempre una lotta di popolo e nazionale. L’occidente, tutto, era perciò portatore di una colpa originaria – fondamento stesso della sua ricchezza (che non sarebbe stata nella produzione, nella tecnologia, nella scienza, e nei conflitti sociali, ma nell’estrazione di materie dai sud del mondo, una sorta di perpetuo e degenere parassitismo attraverso la forza bruta) – mentre il sud del mondo, tutto, sarebbe stato l’angelo vendicatore. Su questo, destra e sinistra radicale hanno sempre trovato una propria convergenza.

Le lotte di liberazione nazionale sono state un grande movimento sociale e storico della seconda metà del novecento. Buona parte di queste esperienze storiche si sono dimostrate tragiche e folli (come in Cambogia) o meschine (il Nicaragua) – ma questa seconda parte delle cose appartiene certamente alla caducità delle umane cose e non può cancellare la grandezza e l’importanza di molte di quelle esperienze. Crediamo che l’esperienza zapatista – che tuttora resiste, anche se è passata da tempo, e forse per loro fortuna, l’ubriacatura occidentale – sia quella che più di tutto ne ha fatto tesoro. Quello che invece chiederebbe una più rigorosa riflessione è l’ideologismo di deriva che ancora alligna in certa sinistra occidentale nell’utilizzo dello “schema” terzomondista e pauperista e campista; il carattere del tutto ideologico lo si può riscontrare in questo: esaurito il processo “laico” delle lotte di liberazione nazionale (quello per il quale erano quasi sempre le sinistre, in versione nazionalista, alla testa dei processi di liberazione anticoloniale) si è passati, senza colpo ferire, a abbracciare l’emergere di fondamentalismi come soggetto dei cambiamenti, tanto il nemico restava sempre lo stesso, l’occidente: i tagliagole hanno preso il posto dei barbudos. Ma i tagliagole, e tanto meno gli ayatollah, non sono i salgariani tigrotti di Mompracem; Mojtaba Khamenei non è Sandokan.

Si legge (su «counterpunch», 10 aprile 2026) in un documento firmato da destri e sinistri internazionali, radicali entrambi (tra cui i professori D’Orsi e Bevilacqua con Alain de Benoist, il comico Dieudonné con il direttore editoriale de «l’Antidiplomatico», già senatore 5stelle, Petrocelli), una ‘orgogliosa rivendicazione’ che chiama alla trincea e a stringersi intorno alla bandiera: «L’Iran è l’ultima frontiera. Se cade, la speranza di un futuro migliore e illuminato per il mondo muore con esso». Non ci pare ci sia molto da aggiungere: ogni cosa, appunto, è illuminata. Se si può ancora dire che il terzomondismo di sinistra del novecento fu una deriva del marxismo ma dentro una trasformazione radicale, il terzomondismo di oggi (e il suo pauperismo e il suo campismo e questo ‘palestinismo’) ha un carattere prettamente reazionario. Come la “sinistra” che lo sostiene. E anche questo appartiene alla caducità delle umane cose.
Non in nostro nome.

Lanfranco Caminiti, Gianluca Cicinelli, Chicco Galmozzi, Brunello Mantelli, Angelo Mammone Rinaldi

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