Le Ragioni di Israele
Se la libertà di espressione artistica diventa squadrismo intellettuale…
Quando il conformismo culturale smette di essere un innocuo fenomeno di gregge e si trasforma in squadrismo intellettuale, la libertà di espressione diventa un lusso che solo pochi possono permettersi. Andare dietro ai pro-Pal come bambini ipnotizzati dal Pifferaio Magico non è più un riflesso condizionato: diventa un dispositivo attivo di aggressione e cancellazione. Si mette a tacere la voce discordante, si boicotta, si isola, si delegittima, perché ci si sente indiscutibilmente dalla parte del bene. E lo si fa con la stessa sicurezza morale di chi, un secolo fa, indossava la camicia nera.
Negli ultimi giorni, tra la Biennale di Venezia e i David di Donatello 2026, il mondo del cinema e dell’arte italiano ha offerto uno spettacolo che è lo specchio dei tempi. A Venezia una ventina di padiglioni nazionali ha chiuso i battenti per uno sciopero contro Israele, mentre un corteo di duemila attivisti pro-Palestina tentava di raggiungere il padiglione israeliano. Sul palco di Cinecittà il sostegno alla causa è diventato un immancabile ritornello. Un attore con la kefiah al collo l’ha definita «gesto di fratellanza verso il popolo palestinese». Ci chiediamo se sia lo stesso popolo che festeggiava i pick-up con i corpi delle ragazze del Nova Festival. Un altro attore premiato ha chiuso il suo David con un perentorio «non smetterò mai di dire: Palestina libera» (se solo avesse aggiunto «da Hamas» sarebbe entrato nella storia). Il regista Omar Rammal, premiato per Everyday in Gaza, ha dedicato il riconoscimento «al popolo di Gaza» ripetendo lo stesso slogan.
Il doppio standard è lampante: proteste rumorose contro Israele, mentre Russia e Cina, regimi che imprigionano artisti dissidenti e cancellano intere culture, godono di silenzio o accoglienza compiacente. Lo stesso vale per Arabia Saudita, Emirati, Qatar e gli altri Stati autocratici presenti. I veri nemici della libertà vengono ignorati perché non si prestano al copione del “male bianco occidentale”. È la stessa logica del fascismo storico e degli attuali populismi: scegliere il capro espiatorio utile che unisce la folla senza toccare il potere vero. La paura di restare fuori dal gruppo spiega solo una parte del fenomeno. Se fosse solo tribalismo emotivo avremmo dissensi e fermenti vitali. Invece abbiamo una voce univoca, compatta, quasi liturgica, perché anch’essa una chiesa. La vera causa è più prosaica e inquietante: la pochezza intellettuale di tanti artisti, ridotti a ripetitori di slogan, e la tirannia della moda ideologica che premia chi si allinea e punisce chi devia.
Questo fronte progressista italiano interviene su temi geopolitici con una superficialità che rasenta l’analfabetismo culturale. Hanno per miti figure che fortunatamente non hanno mai governato, e quando lo hanno fatto, hanno lasciato miseria, repressione e morte. Eppure continuano a sognare un paradiso (comunista/socialista) sabotato dagli “avidi” e dalle banche: un paradiso che attualmente esiste solo nell’Occidente democratico che tanto disprezzano. In qualsiasi teocrazia o dittatura (che finanzia i loro cortei) non potrebbero nemmeno sfilare in piazza senza finire in galera. La loro nullità si vede nell’assorbimento acritico della propaganda di Hamas e dei suoi alleati. Si disperano per la risposta israeliana a un pogrom e una guerra, ma ignorano le migliaia di morti in Sudan, gli studenti trucidati in Iran, le stragi in Nigeria. Per loro esiste solo “il genocidio” a Gaza, termine sbandierato come un mantra nonostante il Procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan abbia ammesso che non ci sono prove sufficienti. Ma niente. Nei loro animi eternamente infantili, l’unica guerra è quella di Gaza e gli unici bambini che soffrono sono quelli palestinesi. Quelli ucraini? Non pervenuti.
A Venezia e a Cinecittà si applaude “Palestina libera” senza porsi domande elementari: quale Palestina? Libera da chi? Gaza era già libera dal 2005, quando Israele si ritirò unilateralmente. Scelse di eleggere Hamas, di investire in tunnel e razzi invece che in scuole e ospedali, trasformando la Striscia in una base del terrore. È il paradosso di un’élite che morde la mano che la nutre: solo nell’Occidente libero l’arte può essere dissacrante e anti-sistema. L’artista che si dichiara “ribelle” è spesso solo un conformista con un’estetica diversa. Il vero coraggio oggi non è urlare con la folla, ma pensare con la propria testa quando tutti intorno urlano la stessa cosa. Coraggio è avere le braccia incrociate mentre gli altri alzano il pugno o il braccio destro, perché oggi non fa differenza: sono dalla stessa parte. Da Venezia ai David di Donatello, il segnale è preoccupante: l’arte italiana rischia di diventare megafono di propaganda invece che strumento di verità e complessità. E se l’arte, come in passato, fosse ancora la prima a interpretare il futuro, allora Sinwar è riuscito dove Stalin e Goebbels hanno fallito.
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